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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Famiglia Cristiana. Perchè tanta attenzione verso gli omosessuali?
Famiglia Cristiana. Perchè tanta attenzione verso gli omosessuali?
Contro ogni discriminazione
Lunedì 29 Ottobre 2001
di La redazione di Gaynews
in Religione

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FAMIGLIA CRISTIANA 25 OTTOBRE 2001







PERCHÉ TANTA ATTENZIONE VERSO GLI OMOSESSUALI?



CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE



Le posizioni di due lettori a proposito dell¹atteggiamento da avere nei



confronti degli omosessuali. Dalla comprensione e accettazione al richiamo



dei princìpi della morale.







Caro padre, nella sua rubrica apparsa su Famiglia Cristiana n. 17 ho letto



la lettera della signora Rumena B. di Venezia, intitolata "Perché tanta



attenzione verso gli omosessuali?". Per l¹ennesima volta mi sono sentita



ferita per l¹intolleranza e il razzismo di certe persone. Innanzitutto, la



parola "omosessuale" è un termine sbagliato. Siamo prima di tutto "omofili":



che significa amare una persona dello stesso sesso con un sentimento



profondo e sincero.







L¹omofilia non è una malattia, né una tara, né una deformità. E non è



nemmeno un difetto, e neanche un peccato: è un fatto reale, vecchio come il



mondo; uno sbaglio di percorso nei geni, un¹identità da assumere per una



vita non facile e piena di sacrifici. Una persona così, se è intelligente,



può vivere in armonia con la gente e con Dio. Non abbiamo scelto questa



vita, questo essere diversi. E amiamo con sentimenti profondi e sinceri. Non



possiamo cambiare, siamo quel che siamo. La signora Rumena potrebbe essere



costretta ad agire in modo opposto, cioè ad amare una donna?







Gesù ci dice: «Amami come sei». Sodoma e Gomorra sono storie vere, popolate



di gente viziosa e depravata che nulla ha a che vedere con una relazione tra



due persone che si vogliono bene. Il fatto di essere "omofilo" non significa



odiare l¹altro sesso. Noi chiediamo solo rispetto e tolleranza. E, per



carità, non associateci ai pedofili. Omofilo non si diventa, si nasce. Non



vogliamo essere perseguitati, solo capiti. Dio farà il resto. Solo Lui



giudica.







Jelena- Cagliari







Nella sua risposta alla lettrice di Venezia, ancora una volta lei insiste in



una posizione di (voluta) ambiguità sul problema degli omosessuali. La



comprensione per i problemi umani di persone che, senza colpe, hanno



inclinazioni omosessuali non deve mai diventare connivenza col peccato.



Invece, nelle sue risposte (per Famiglia Cristiana sembra ormai diventata



un¹ossessione) non c¹è mai una parola chiara, mai una risposta che assomigli



al «sì sì, no no» evangelico. L¹ambiguità è però soltanto sua e di Famiglia



Cristiana perché la Chiesa col suo Magistero su questo punto è molto chiara.



Una domanda: lei ha mai letto il Catechismo della Chiesa cattolica?







L¹insegnamento della Chiesa (che considera peccato grave i rapporti



omosessuali e che consiglia a queste persone la castità) non è una condanna



disumana, ma una risposta responsabile ed evangelica a un problema che



richiede agli omosessuali la capacità di "superare" sé stessi.







Nei suoi ripetuti interventi, invece, non c¹è chiarezza. La parola castità,



che nella visione cristiana della vita ha un valore altissimo, sembra per



lei una bestemmia! La castità viene, tra l¹altro, consigliata a tutti i



celibi, alle nubili, ai vedovi. E quindi anche agli omosessuali. È mai



possibile che a lei questa parola non esca mai di bocca, nemmeno per



sbaglio?







La Chiesa ha grande comprensione per tutti coloro che si trovano in



situazioni di difficoltà, e quindi anche per le persone con questa



inclinazione. Che devono essere amate nella verità. Ma questa comprensione



non deve diventare mai connivenza col peccato e tolleranza per il male.







Antonio M. - Pescara















Perché parliamo delle persone omosessuali? Per il semplice motivo che



esistono e vivono in mezzo a noi. E portano in sé una diversità che, fino ad



oggi, non solo non è stata ancora capita e risolta in modo soddisfacente, ma



è motivo di disprezzo e di discriminazione. Come cristiani sentiamo il



bisogno di conoscere queste persone, che vivono spesso la diversità con



sofferenza, e si chiedono come devono comportarsi per fare della loro



condizione un fatto positivo per sé e per la comunità. Se è vero che non ci



si salva da soli, ma in comunione con Dio e con i fratelli, diventa



inevitabile superare quell¹atteggiamento che porta a emarginare gli



omosessuali.







Il primo passo da compiere consiste in una revisione del nostro



atteggiamento nei loro confronti, perché possiamo vederli con gli occhi di



Dio, e avere gli stessi sentimenti di Gesù: «Sono venuto perché tutti



abbiano la vita e l¹abbiano in abbondanza». Non è irenismo a buon mercato,



quello che ci fa correre il rischio d¹essere accusati di ambiguità, di non



conoscere il Catechismo e, addirittura, di tollerare il male. Qui non si



tratta di connivenza col peccato, ma di trattare ognuno secondo verità. C¹è



ancora tanto da capire sulla omosessualità, sia da parte degli



eterosessuali, ma anche da parte degli stessi omosessuali.







Finora abbiamo capito che esistono forme diverse di omosessualità. E non



tutte sono un vizio. C¹è una omosessualità indotta o acquisita, e una



omosessualità che la persona non ha in alcun modo cercato e della quale non



riesce a liberarsi. Abbiamo capito che molte persone omosessuali chiedono di



essere aiutate a vivere la loro condizione in modo che diventi un momento di



crescita per sé e per la comunità. Chiariamo subito che gli omosessuali non



sono quelli che appaiono, con eccessi di ostentazione, nelle manifestazioni



dell¹orgoglio omosessuale.







Anzi, quelle manifestazioni non aiutano a conoscerli meglio e danno motivo



alla gente di esprimere giudizi negativi e condannarli. Ma, al di là di



quelle esibizioni, dobbiamo chiederci come devono vivere la loro



omosessualità e come dobbiamo comportarci nei loro confronti. Le indicazioni



che troviamo nel Catechismo (Antonio M. si rassicuri: lo conosciamo!), come



pure le linee presentate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel



suo documento del 1987, sono preziose, ma suggeriscono ulteriori



riflessioni.







Antonio M. ci accusa di essere conniventi col peccato di omosessualità, per



l¹attenzione e la comprensione che abbiamo nei confronti delle sofferenze



degli omosessuali. Ancora una volta, lo vogliamo tranquillizzare sulle



nostre posizioni e su quelle di Famiglia Cristiana: conosciamo bene i



princìpi morali della dottrina della Chiesa, ma sappiamo pure che per



poterli applicare occorre conoscere bene la realtà, come ci ricorda san



Tommaso. Ora, i princìpi non sono degli stampini che fanno nella materia



cose sempre e solo uguali. Essi sono l¹espressione verbale o scritta dei



valori che la persona deve far vivere nella realtà concreta, scegliendo il



modo più adatto perché la realtà li riceva.







Vale anche per gli omosessuali il principio che la Familiaris Consortio



applica alla famiglia: «Poiché il disegno di Dio sul matrimonio e sulla



famiglia riguarda l¹uomo e la donna nella concretezza della loro esistenza



quotidiana in determinate situazioni sociali e culturali, la Chiesa, per



compiere il suo servizio, deve applicarsi a conoscere le situazioni entro le



quali il matrimonio e la famiglia oggi si realizzano. Questa conoscenza è,



dunque, una imprescindibile esistenza dell¹opera evangelizzatrice» (n. 4).







Non basta, quindi, citare i princìpi, dobbiamo applicarci anche alla



conoscenza delle persone alle quali li applichiamo. Questo modo di procedere



vale in tutti i campi della vita. Altro, ad esempio, è il processo per



trasfondere l¹idea artistica nella plastilina, o nel marmo, o nel bronzo, o



sulla tela; altra è la richiesta che si può fare a un bambino o a un giovane



o a una persona adulta... Il valore resta sempre identico, ma il modo di



applicarlo e di farlo vivere nella realtà varia all¹infinito.







Nel nostro caso: la castità è una richiesta rivolta a tutti gli uomini e a



tutte le donne, sia eterosessuali sia omosessuali; ma assume modi diversi



secondo i tempi, gli stati di vita e le condizioni di vita. Altra è la



castità del giovane, della persona sposata, della persona consacrata, della



persona vedova, della persona omosessuale. La questione non è di salvare i



princìpi, ma di salvare le persone attraverso i valori contenuti nei



princìpi.







Il problema dell¹omosessuale consiste proprio nel fatto che tende a



risolvere il suo bisogno "naturale" di "uscire dalla solitudine" (inteso in



senso biblico) con una persona dello stesso sesso. Sappiamo che i bisogni



naturali devono trovare una risposta, altrimenti la persona non può



realizzarsi come persona. Ma, nello stesso tempo, sappiamo che la virtù



della castità richiede che la risposta al bisogno di "uscire dalla



solitudine" non venga ricercata nella direzione di una persona dello stesso



sesso. Allora come si risolve per gli omosessuali il bisogno di uscire dalla



solitudine rispettando il princìpio della castità?







La risposta che di solito viene data è quella della "casta amicizia",



sostenuta dalla volontà e dagli aiuti soprannaturali. Ma è sufficiente?



L¹attrazione che sentono nascere dalla loro sessualità dev¹essere congelata,



oppure si può pensare che possano stabilire un rapporto fondato



sull¹attrazione sessuale, anche se devono escludere il coinvolgimento della



sessualità genitale? E se così fosse, cosa significa per le persone



omosessuali, e per noi, un rapporto che è privato della eterosessualità e di



tutto ciò che nasce dalla eterosessualità? Non basta stabilire come essi



devono vivere, dobbiamo chiederci quale tipo di rapporto e quali relazioni



intendiamo stabilire con loro. Altrimenti, anche noi corriamo il rischio di



cadere nella posizione di coloro che dicono: «Vivete in castità, nel



nascondimento e non rompete le scatole!». Antonio M., che giustamente chiede



agli omosessuali una vita casta, accetterebbe di stabilire con essi un



rapporto di fraterna amicizia?







Le domande, come si vede, sono molte e non si risolvono con un sì o con un



no. La verità non è sempre facile da scoprire. E la realtà non è così netta



e uniforme come vorremmo. Facciamo attenzione a non diventare, anche noi,



nemici della verità preferendo o confondendo sbrigativamente la chiarezza



con la verità.







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