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FAMIGLIA CRISTIANA 25 OTTOBRE 2001
PERCHÉ TANTA ATTENZIONE VERSO GLI OMOSESSUALI?
CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE
Le posizioni di due lettori a proposito dell¹atteggiamento da avere nei
confronti degli omosessuali. Dalla comprensione e accettazione al richiamo
dei princìpi della morale.
Caro padre, nella sua rubrica apparsa su Famiglia Cristiana n. 17 ho letto
la lettera della signora Rumena B. di Venezia, intitolata "Perché tanta
attenzione verso gli omosessuali?". Per l¹ennesima volta mi sono sentita
ferita per l¹intolleranza e il razzismo di certe persone. Innanzitutto, la
parola "omosessuale" è un termine sbagliato. Siamo prima di tutto "omofili":
che significa amare una persona dello stesso sesso con un sentimento
profondo e sincero.
L¹omofilia non è una malattia, né una tara, né una deformità. E non è
nemmeno un difetto, e neanche un peccato: è un fatto reale, vecchio come il
mondo; uno sbaglio di percorso nei geni, un¹identità da assumere per una
vita non facile e piena di sacrifici. Una persona così, se è intelligente,
può vivere in armonia con la gente e con Dio. Non abbiamo scelto questa
vita, questo essere diversi. E amiamo con sentimenti profondi e sinceri. Non
possiamo cambiare, siamo quel che siamo. La signora Rumena potrebbe essere
costretta ad agire in modo opposto, cioè ad amare una donna?
Gesù ci dice: «Amami come sei». Sodoma e Gomorra sono storie vere, popolate
di gente viziosa e depravata che nulla ha a che vedere con una relazione tra
due persone che si vogliono bene. Il fatto di essere "omofilo" non significa
odiare l¹altro sesso. Noi chiediamo solo rispetto e tolleranza. E, per
carità, non associateci ai pedofili. Omofilo non si diventa, si nasce. Non
vogliamo essere perseguitati, solo capiti. Dio farà il resto. Solo Lui
giudica.
Jelena- Cagliari
Nella sua risposta alla lettrice di Venezia, ancora una volta lei insiste in
una posizione di (voluta) ambiguità sul problema degli omosessuali. La
comprensione per i problemi umani di persone che, senza colpe, hanno
inclinazioni omosessuali non deve mai diventare connivenza col peccato.
Invece, nelle sue risposte (per Famiglia Cristiana sembra ormai diventata
un¹ossessione) non c¹è mai una parola chiara, mai una risposta che assomigli
al «sì sì, no no» evangelico. L¹ambiguità è però soltanto sua e di Famiglia
Cristiana perché la Chiesa col suo Magistero su questo punto è molto chiara.
Una domanda: lei ha mai letto il Catechismo della Chiesa cattolica?
L¹insegnamento della Chiesa (che considera peccato grave i rapporti
omosessuali e che consiglia a queste persone la castità) non è una condanna
disumana, ma una risposta responsabile ed evangelica a un problema che
richiede agli omosessuali la capacità di "superare" sé stessi.
Nei suoi ripetuti interventi, invece, non c¹è chiarezza. La parola castità,
che nella visione cristiana della vita ha un valore altissimo, sembra per
lei una bestemmia! La castità viene, tra l¹altro, consigliata a tutti i
celibi, alle nubili, ai vedovi. E quindi anche agli omosessuali. È mai
possibile che a lei questa parola non esca mai di bocca, nemmeno per
sbaglio?
La Chiesa ha grande comprensione per tutti coloro che si trovano in
situazioni di difficoltà, e quindi anche per le persone con questa
inclinazione. Che devono essere amate nella verità. Ma questa comprensione
non deve diventare mai connivenza col peccato e tolleranza per il male.
Antonio M. - Pescara
Perché parliamo delle persone omosessuali? Per il semplice motivo che
esistono e vivono in mezzo a noi. E portano in sé una diversità che, fino ad
oggi, non solo non è stata ancora capita e risolta in modo soddisfacente, ma
è motivo di disprezzo e di discriminazione. Come cristiani sentiamo il
bisogno di conoscere queste persone, che vivono spesso la diversità con
sofferenza, e si chiedono come devono comportarsi per fare della loro
condizione un fatto positivo per sé e per la comunità. Se è vero che non ci
si salva da soli, ma in comunione con Dio e con i fratelli, diventa
inevitabile superare quell¹atteggiamento che porta a emarginare gli
omosessuali.
Il primo passo da compiere consiste in una revisione del nostro
atteggiamento nei loro confronti, perché possiamo vederli con gli occhi di
Dio, e avere gli stessi sentimenti di Gesù: «Sono venuto perché tutti
abbiano la vita e l¹abbiano in abbondanza». Non è irenismo a buon mercato,
quello che ci fa correre il rischio d¹essere accusati di ambiguità, di non
conoscere il Catechismo e, addirittura, di tollerare il male. Qui non si
tratta di connivenza col peccato, ma di trattare ognuno secondo verità. C¹è
ancora tanto da capire sulla omosessualità, sia da parte degli
eterosessuali, ma anche da parte degli stessi omosessuali.
Finora abbiamo capito che esistono forme diverse di omosessualità. E non
tutte sono un vizio. C¹è una omosessualità indotta o acquisita, e una
omosessualità che la persona non ha in alcun modo cercato e della quale non
riesce a liberarsi. Abbiamo capito che molte persone omosessuali chiedono di
essere aiutate a vivere la loro condizione in modo che diventi un momento di
crescita per sé e per la comunità. Chiariamo subito che gli omosessuali non
sono quelli che appaiono, con eccessi di ostentazione, nelle manifestazioni
dell¹orgoglio omosessuale.
Anzi, quelle manifestazioni non aiutano a conoscerli meglio e danno motivo
alla gente di esprimere giudizi negativi e condannarli. Ma, al di là di
quelle esibizioni, dobbiamo chiederci come devono vivere la loro
omosessualità e come dobbiamo comportarci nei loro confronti. Le indicazioni
che troviamo nel Catechismo (Antonio M. si rassicuri: lo conosciamo!), come
pure le linee presentate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel
suo documento del 1987, sono preziose, ma suggeriscono ulteriori
riflessioni.
Antonio M. ci accusa di essere conniventi col peccato di omosessualità, per
l¹attenzione e la comprensione che abbiamo nei confronti delle sofferenze
degli omosessuali. Ancora una volta, lo vogliamo tranquillizzare sulle
nostre posizioni e su quelle di Famiglia Cristiana: conosciamo bene i
princìpi morali della dottrina della Chiesa, ma sappiamo pure che per
poterli applicare occorre conoscere bene la realtà, come ci ricorda san
Tommaso. Ora, i princìpi non sono degli stampini che fanno nella materia
cose sempre e solo uguali. Essi sono l¹espressione verbale o scritta dei
valori che la persona deve far vivere nella realtà concreta, scegliendo il
modo più adatto perché la realtà li riceva.
Vale anche per gli omosessuali il principio che la Familiaris Consortio
applica alla famiglia: «Poiché il disegno di Dio sul matrimonio e sulla
famiglia riguarda l¹uomo e la donna nella concretezza della loro esistenza
quotidiana in determinate situazioni sociali e culturali, la Chiesa, per
compiere il suo servizio, deve applicarsi a conoscere le situazioni entro le
quali il matrimonio e la famiglia oggi si realizzano. Questa conoscenza è,
dunque, una imprescindibile esistenza dell¹opera evangelizzatrice» (n. 4).
Non basta, quindi, citare i princìpi, dobbiamo applicarci anche alla
conoscenza delle persone alle quali li applichiamo. Questo modo di procedere
vale in tutti i campi della vita. Altro, ad esempio, è il processo per
trasfondere l¹idea artistica nella plastilina, o nel marmo, o nel bronzo, o
sulla tela; altra è la richiesta che si può fare a un bambino o a un giovane
o a una persona adulta... Il valore resta sempre identico, ma il modo di
applicarlo e di farlo vivere nella realtà varia all¹infinito.
Nel nostro caso: la castità è una richiesta rivolta a tutti gli uomini e a
tutte le donne, sia eterosessuali sia omosessuali; ma assume modi diversi
secondo i tempi, gli stati di vita e le condizioni di vita. Altra è la
castità del giovane, della persona sposata, della persona consacrata, della
persona vedova, della persona omosessuale. La questione non è di salvare i
princìpi, ma di salvare le persone attraverso i valori contenuti nei
princìpi.
Il problema dell¹omosessuale consiste proprio nel fatto che tende a
risolvere il suo bisogno "naturale" di "uscire dalla solitudine" (inteso in
senso biblico) con una persona dello stesso sesso. Sappiamo che i bisogni
naturali devono trovare una risposta, altrimenti la persona non può
realizzarsi come persona. Ma, nello stesso tempo, sappiamo che la virtù
della castità richiede che la risposta al bisogno di "uscire dalla
solitudine" non venga ricercata nella direzione di una persona dello stesso
sesso. Allora come si risolve per gli omosessuali il bisogno di uscire dalla
solitudine rispettando il princìpio della castità?
La risposta che di solito viene data è quella della "casta amicizia",
sostenuta dalla volontà e dagli aiuti soprannaturali. Ma è sufficiente?
L¹attrazione che sentono nascere dalla loro sessualità dev¹essere congelata,
oppure si può pensare che possano stabilire un rapporto fondato
sull¹attrazione sessuale, anche se devono escludere il coinvolgimento della
sessualità genitale? E se così fosse, cosa significa per le persone
omosessuali, e per noi, un rapporto che è privato della eterosessualità e di
tutto ciò che nasce dalla eterosessualità? Non basta stabilire come essi
devono vivere, dobbiamo chiederci quale tipo di rapporto e quali relazioni
intendiamo stabilire con loro. Altrimenti, anche noi corriamo il rischio di
cadere nella posizione di coloro che dicono: «Vivete in castità, nel
nascondimento e non rompete le scatole!». Antonio M., che giustamente chiede
agli omosessuali una vita casta, accetterebbe di stabilire con essi un
rapporto di fraterna amicizia?
Le domande, come si vede, sono molte e non si risolvono con un sì o con un
no. La verità non è sempre facile da scoprire. E la realtà non è così netta
e uniforme come vorremmo. Facciamo attenzione a non diventare, anche noi,
nemici della verità preferendo o confondendo sbrigativamente la chiarezza
con la verità.
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