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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Il Papa e le coppie di fatto, "Non possiamo ignorarle"
Il Papa e le coppie di fatto, "Non possiamo ignorarle"
"Ma sono contrarie al disegno divino". Wojtyla condanna le leggi che pregiudicano l'unità del matrimonio.
Venerdì 07 Settembre 2001
di la Repubblica
in Religione

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Con uno spiraglio

MARCO POLITI

CITTA' DEL VATICANO - La Chiesa deve occuparsi delle coppie di fatto. Lo dice papa Wojtyla, invitando i vescovi ad applicare speciale ‘‘discernimento pastorale'' alle unioni alternative, che non rientrano nello schema del matrimonio. ‘‘Discernimento'' è una parola magica nel linguaggio sottile di Santa Madre Chiesa. Si comincia a usare, quando si avverte che ribadire gli anatemi contro una situazione non serve più. Si comincia a evocare, quando è tempo di preparare gradualmente un mutamento di atteggiamento. Ieri Giovanni Paolo II ha aperto un piccolo spiraglio. Ricevendo i vescovi uruguayani, ha ribadito - come di consueto - che «non è conforme al disegno divino qualunque legge, che pregiudichi la famiglia e minacci la sua unità e indissolubilità». Nel mirino, come sempre, le leggi che eventualmente concedano diritti paritari alle coppie di fatto o alle unioni omosessuali. Ma ciò detto, Giovanni Paolo II ha sentito l'esigenza di rivolgere un appello importante ai vescovi, che l'Osservatore Romano mette in prima pagina nell'edizione odierna: «Urge un discernimento pastorale sulle forme alternative di unione, specie quelle che considerano come realtà familiare le coppie di fatto». Nonostante le condanne ufficiali l'argomento tabù è di grande attualità all'interno della Chiesa. Il rifiuto di non dare la comunione ai partner divorziati e risposati, la condanna senza appello delle coppie di fatto, il rifiuto di fare i conti con le relazioni omosessuali non è condiviso da molti vescovi e da tantissimi preti. Vent'anni fa, durante un Sinodo episcopale mondiale dedicato al tema della famiglia, la stragrande maggioranza dei vescovi votò addirittura una mozione per chiedere al Papa una revisione della disciplina che escludeva automaticamente dai sacramenti i divorziati risposati. Il Papa non ne tenne conto, scrivendo anzi un documento che andava nella direzione opposta a quanto auspicato dai vescovi. Ma il problema continua a sussistere. Al cardinale Ratzinger un gruppo di cattolici della diocesi di Bolzano ha scritto una lettera perché i divorziati risposati possano finalmente tornare a ricevere la comunione. «Se il vescovo Milingo è stato accolto dal Vaticano come un figliol prodigo, perché non devono poter essere accolti coloro che si pentono per non aver avuto la forza in un momento della loro vita di mantenere il proprio matrimonio?», dichiara a La Repubblica Elio Cirimbelli, presidente del Centro assistenza separati e divorziati (Asdi). Cirimbelli, cattolico praticante, divorziato e risposato, è stato chiamato a far parte di un gruppo di lavoro incaricato dal vescovo di Bolzano di redigere un sussidio pastorale per i cristiani divorziati e risposati. In una conferenza stampa ha chiesto al cardinale Ratzinger che anche nella Chiesa cattolica sia «considerata e rivalutata la prassi della Chiesa ortodossa, secondo cui, dopo un adeguato periodo penitenziale, è previsto l'accesso all'eucarestia dei divorziati risposati». Sull'altro versante (quello delle unioni di fatto) molti parroci chiedono sottovoce maggiore flessibilità. Certamente faranno buon uso dell'invito papale a «prestare attenzione a tutte le famiglie» come ha detto ieri Giovanni Paolo II pur lamentando il deterioramento della concezione religiosa del matrimonio.

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