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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Sentenza del Tribunale: chiamano Andrea una bimba, «Vietato: è un nome da uomo»
Sentenza del Tribunale: chiamano Andrea una bimba, «Vietato: è un nome da uomo»
Una sentenza del Tribunale di Mantova ha vietato alla piccola Andrea, di cinque anni, di chiamarsi Andrea e allo stesso tempo ha imposto ai genitori di cambiarle nome
Venerdì 30 Dicembre 2011
di La redazione di Gaynews
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(Corriere della Sera) - Adesso all' impiegato dell' ufficio anagrafe non resterà che applicare la legge e rettificare l' atto di nascita. Perché quel nome, Andrea, è fuorilegge. «Infatti, essendo lei una bambina, in quanto femmina, non può chiamarsi con quel nome da maschio». Almeno così ha stabilito una sentenza del Tribunale di Mantova, che ha vietato alla piccola Andrea, di cinque anni, di chiamarsi... Andrea e allo stesso tempo ha imposto ai genitori di cambiarle nome. Prima sezione civile, presidente il giudice Mauro Bernardi. La strana sentenza sancisce che a una femmina non può essere attribuito un nome da uomo, perché «il nome deve identificare il maniera chiara e corretta la sessualità». Entrando nei dettagli del caso specifico, destinato a fare giurisprudenza, c' è da osservare che Andrea è nata nel 2006 a Parigi, dove tuttora vive. E Oltralpe lei è semplicemente Andrée, come decine di migliaia di altre bambine. Ma avendo la cittadinanza italiana, in quanto i genitori hanno trascritto l' atto di nascita della figlia nel comune dell' Alto Mantovano da dove sono emigrati, si pone il dilemma: come scrivere all' anagrafe correttamente il nome della bimba? E come regolarsi con i Paesi dove Andrea ha valenza anche femminile? Per non smarrirsi in una giungla di norme e cavilli su una materia giuridica delicata, il ragionamento dei giudici ha seguito questo filo logico: siccome in Italia Andrea «è indiscutibilmente un nome da uomo», come prova «il riferimento alla tradizione del nostro Paese», non può essere usato al femminile, anche se in altri Paesi è consentito. Per cui l' atto di nascita dovrà essere necessariamente rettificato, così come il documento di identità.

(Associazione Radicale Certi Diritti) - Il Tribunale di Mantova ha sentenziato che una bambina non può chiamarsi Andrea , perché «il nome deve identificare in maniera chiara e corretta la sessualità». A parte il fatto che il giudice dimostra di avere le idee un po' confuse usando impropriamente il termine "sessualità" al posto di "genere". Se proprio non si voleva usare il termine più corretto si poteva almeno parlare di "sesso", ma la sessualità non centra proprio nulla. Ma soprattutto stiamo proprio superando i limiti della decenza rispetto alle competenze che lo Stato si arroga ingerendo nella vita degli individui: adesso i genitori non possono nemmeno più scegliere il nome dei propri figli. E non si tiene nemmeno conto delle tante donne che si chiamano ‘Andrea’, divenute così fuorilegge perché ‘non si rispettano le tradizioni’. Infatti il filo logico seguito dai giudici è il seguente: in Italia Andrea «è indiscutibilmente un nome da uomo», come prova «il riferimento alla tradizione del nostro Paese». Non solo quindi i genitori devono rispettare un rigidissimo binarismo tra i sessi nella scelta del nome, ma anche la cosiddetta tradizione del nostro Paese. Imboccando questa china piuttosto sdrucciolevole non ci si potrà stupire se tra un po' qualcuno invocherà il divieto di dare ai propri figli nomi stranieri o di imporre per legge solo nomi evangelici. Già il fascismo invocava il ritorno "alla nostra tradizione" (Il costume da Il Popolo d'Italia del 10 luglio 1938) per giustificare la pratica assurda di italianizzare moltissimi cognomi non italiani, ma almeno si aveva la decenza di chiedere ai capifamiglia il consenso per il cambio di cognome. Siamo di fronte al'ennesima riprova che purtroppo chi invoca la tradizione in genere la strumentalizza a danno dei diritti di scelta delle persone.

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