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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Bologna: ma il welfare non pretende che l'amore sia eterno
Bologna: ma il welfare non pretende che l'amore sia eterno
Nonostante una lettera di precisazioni che chiarisce poco, il sindaco Merola non sembra smentire la sua convinzione che sia giusto "favorire le coppie sposate perché si assumono più responsabilità"
Giovedì 23 Giugno 2011
di la Repubblica - Bologna
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Nonostante una lunga lettera di precisazioni che chiarisce poco, il sindaco Merola non sembra smentire la sua convinzione che sia giusto, negli interventi comunali di assistenza, "favorire le coppie sposate perché si assumono più responsabilità". Semplicemente, par di capire, il sindaco vorrebbe che il diritto ad assumersi la responsabilità nuziale fosse esteso anche ai gay. Ma il concetto resta: chi si sposa, per Merola si "assume" un impegno più forte (di restare una famiglia, si suppone) di chi non si sposa, e quindi va "favorito" dal welfare civico.

Ora, chissà sulla base di quali dati il sindaco poggia la sua scelta politica. Le cifre che può fornirgli il servizio statistico municipale dicono che nel 2010 a Bologna i divorzi sono stati 408 e i matrimoni 990, l'anno prima 741 e 1134. Non abbiamo, non esistendo i Dico, dati su numero e durata delle unioni di fatto, ma con queste percentuali è già chiaro che, almeno sul piano della stabilità, lo scarto di "responsabilità" a favore degli sposi non potrà comunque essere troppo schiacciante. Certo, se una coppia divorzia c'è qualche paracadute economico, ma se l'intento di Merola è garantire che gli aiuti del Comune abbiano più certezza di finire su famiglie che restino tali, si rassegni: "favorirà" comunque una famiglia che quasi in un caso su due presto non lo sarà più.

Del resto chiunque abiti nel mondo, anche senza statistiche alla mano, se si guarda attorno capisce che la scelta del matrimonio rispetto alla convivenza, all'epoca del divorzio, non è prevalentemente legata a un maggiore "impegno" futuro di stabilità della coppia, ma a contingenze più banali e pratiche: sposarsi costa, ma soprattutto divorziare costa. Paradossalmente ma non tanto, l'introduzione in Italia del "divorzio breve" e poco dispendioso farebbe forse aumentare il numero dei matrimoni. Finito l'obbligo dell'indissolubilità, abbassata la soglia dei rischi economici, non si vede quale differenza passi in fondo tra una coppia sposata civilmente e una coppia "registrata civilmente" come convivente: i registri delle unioni di fatto sono una conquista di civiltà, ma servono soprattutto per le persone che non possono accedere al matrimonio, ossia gay, ma anche amiche, parenti o piccoli nuclei fermamente intenzionati a condividere un'esperienza di solidarietà, mutuo aiuto e vita comune; quindi, se esistessero davvero, sarebbero proprio i Dico ad attrarre le persone maggiormente disposte ad "assumersi una responsabilità".

Ma per tornare al punto: l'annunciata scelta di favorire maggiormente le coppie sposate perché più stabili, se non si basa su dati di fatto, su cosa si baserebbe? Su una disposizione mentale, almeno nelle intenzioni, più robusta? Ma il principio su cui riposa il welfare moderno è quello dell'analisi del bisogno reale e presente dei cittadini svantaggiati, nell'ottica del riequilibrio delle opportunità e della ridistribuzione del reddito; non è un sistema di incentivi per premiare i buoni propositi morali per il futuro. Trasferendo la ratio delle provvidenze comunali dalla verifica del bisogno all'etica dell'intenzione, Merola fa regredire il welfare da Beveridge a Sant'Agostino.

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