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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Diede del “frocio” al cognato, condanna definitiva della Cassazione
Diede del “frocio” al cognato, condanna definitiva della Cassazione
Dare del “frocio” a qualcuno è reato. Lo ha confermato al Corte di Cassazione occupandosi del caso di un operaio cagliaritano che aveva insultato il cognato dicendogli, appunto, «brutto frocio»
Mercoledì 02 Marzo 2011
di L'Unione Sarda
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Dare del “frocio” a qualcuno è reato. Lo ha confermato al Corte di Cassazione occupandosi del caso di un operaio cagliaritano che tre anni fa, durante un litigio in famiglia, aveva insultato il cognato dicendogli, appunto, «brutto frocio».

Il Giudice di pace di Cagliari lo aveva condannato per ingiurie al pagamento di una multa di 350 euro ma lui aveva fatto ricorso in Cassazione, così nei giorni scorsi è arrivata la pronuncia della quinta sezione penale della Suprema Corte, che ha confermato la sentenza, affermando il principio che l'espressione «frocio», a chiunque indirizzata, fa scattare immediatamente il reato di ingiuria.

La vicenda risale al 2008, quando un quarantenne cagliaritano aggredì verbalmente il cognato nel corso di un acceso diverbio. In quell'occasione l'imputato aveva usato l'espressione «brutto frocio», in quanto pare che in famiglia girasse la diceria che l'uomo, pur sposato e con figli, fosse di fatto omosessuale. Da qui era scaturita la causa davanti al Giudice di pace che, l'anno dopo, aveva riconosciuto l'imputato colpevole del reato di ingiuria e lo aveva condannato a una multa di 350 euro.

Ora sulla vicenda è arrivato anche il pronunciamento definitivo della Cassazione, a cui l'imputato si era rivolto con un ricorso. Gli avvocati della parte offesa hanno sostenuto, davanti ai supremi giudici, che l'epiteto «frocio», pronunciato in presenza della moglie, fosse gravemente lesivo dell'immagine dell'uomo ed altresì ingiurioso nei confronti della famiglia.

I giudici della Quinta sezione penale della Cassazione, presieduta da Giangiulio Ambrosini, hanno definitivamente dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando così la sentenza di primo grado.

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