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| E a Trieste la destra si spacca in tre in vista delle elezioni |
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| Nella città dove la destra è fra le più forti d'Italia, al punto che la Lega qui non è mai passata, è scoppiata la guerra del golfo giuliano |
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| Sabato 29 Gennaio 2011 |
| di L'Espresso |
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C'è il pupillo del Cavaliere, già coordinatore nazionale di Forza Italia, che vuole fare il sindaco. C'è il padre padrone del Pdl, suo testimone di nozze, che non si fida di lui. E c'è l'ex camerata, amico fraterno di Gianfranco Fini, che ne approfitta: "Corro anch'io". Sembra una telenovela, ma non lo è: i parlamentari triestini del centrodestra Roberto Antonione, Giulio Camber e Roberto Menia si combattono sul serio. E Trieste, a dieci anni dalla fine dell'epopea di Riccardo Illy, non si raccapezza più: nella città dove la destra è fra le più forti d'Italia, al punto che la Lega qui non è mai passata, è scoppiata la guerra del golfo giuliano. Non hanno un candidato, ne hanno addirittura troppi.
Sulla carta Antonione sembra il sindaco perfetto: l'ex sottosegretario agli Esteri con laurea in medicina e fisico aitante, vanta un curriculum ineccepibile, la benedizione ufficiosa di Silvio Berlusconi, l'appoggio esplicito del governatore Renzo Tondo e il gradimento degli alleati. Ma, nonostante abbia sciolto da tempo le sue riserve, sconta quelle del senatore più sfuggente e potente di Trieste, appunto Camber. Il compagno di banco del liceo, diventato avversario politico numero uno.
Coetanei, 57 anni, si conoscono da sempre: stesso ginnasio, amici da ragazzi e da adulti, quando il primo dentista e il secondo deputato già nella prima Repubblica decidono di camminare di nuovo insieme nel partito del Cavaliere. È lì che le differenze cominciano a prevalere. Da una parte il "divo Giulio" di Trieste. Niente telefonino né televisione, punta su truppe, tessere e potere fino a diventare il politico più forte della città. Controlla tutto dalla poltrona rosso sangue di bue del suo ufficio. Abita sul mare, ma ha fatto crescere un'edera per non vederlo, amante com'è della montagna. Dall'altra parte "l'allievo" Roberto. L'esatto opposto. Allergico alle liturgie di partito, detesta le riunioni fiume, è sempre abbronzato, s'è presentato a palazzo Grazioli su un'auto cabriolet e così ha conquistato il cuore di Berlusconi, che anni fa gli affidò addirittura la guida di Forza Italia e gli tenne a battesimo la figlioletta Roberta.
Ora i due amici-nemici dovranno fare i conti pure con il terzo incomodo, Menia. Altra storia, altro profilo. Capello lungo, statura imponente, ex pasdaran di mille battaglie in difesa dell'italianità di Trieste. È quello che issò la bandiera tricolore sul palazzo pretorio di Capodistria per festeggiare la dissoluzione jugoslava. È quello che al congresso del Pdl disse dal palco che il partito del predellino sarebbe fallito. E che oggi guida lo scarno esercito dei finiani, non perché crede nella svolta liberale del centrodestra o nelle unioni fra gay, ma perché non tradisce il capo. Mai: "Vengo dalle fogne e non temo di tornarci", disse quando gli chiesero di scegliere fra l'incarico di sottosegretario con Berlusconi e la militanza con Fini.
La domanda che si fanno in molti a Trieste è: ma quei tre faranno la pace? Il governatore Tondo, montanaro di Carnia, ci spera fino all'ultimo per salvare gli equilibri del partito in Regione. Il Pd spera, invece, che le follie degli avversari portino al tracollo. E si affida all'ex assessore regionale, Roberto Cosolini, per riconquistare il capoluogo proprio come fece nel '93 Riccardo Illy.
L'ultima parola spetta al senatore Camber. E lui dalla poltrona rossa elenca possibili candidati alternativi per la corsa al municipio affacciato su piazza Unità d'Italia. Dove Riccardo Muti, con lo storico concerto dell'amicizia, archiviò le ferite della guerra fredda. E dove le tre destre di Trieste rischiano la balcanizzazione. Questo articolo ha ricevuto 228 visite.
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