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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
I ragazzi e la paura di non piacere. Se la bruttezza diventa malattia
I ragazzi e la paura di non piacere. Se la bruttezza diventa malattia
Adolescenti in crisi: «Oggi le amicizie dipendono dall'aspetto»
Giovedì 02 Dicembre 2010
di Corriere della Sera
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MILANO - «C'è uno specie di orco dentro di me che sa sempre cosa vuole e non è mai contento, è insaziabile ». Filippo, 17 anni, soffre di dismorfofobia: «È la paura di essere brutto, di esporsi allo sguardo degli altri come se ci si trovasse sempre in un tribunale», spiega l'antropologo Marino Niola. È la malattia generata dalla società dei consumi e dell'immagine. «Chi non ha la fortuna di nascere bello o almeno di sentirsi in pace con il proprio narcisismo, ha il diritto/dovere di fare qualcosa per migliorarsi» continua lo studioso. «Una volta si chiamava costruzione di sé ed era un lungo, faticoso processo di crescita personale. Oggi si chiama più materialisticamente "ricostruzione". E i sacerdoti di questa transustanziazione del corpo in immagine sono i chirurghi estetici». Lo dicono i dati della Società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica: in Italia c'è un intervento ogni due minuti circa (297mila nel 2009).

«Ci si rifà il seno, poi i glutei, alla ricerca di una perfettibilità che diventa l'obiettivo», dice la psicologa Anna Salvo, alla quale Filippo si è rivolto per curare la sua anima malata di inadeguatezza. «Mettere sotto processo il proprio corpo e avere paura di essere sgradevoli, non accettati, è tipico dell'adolescenza, si tratta del rapporto profondo tra sé e il proprio corpo prosegue Ma l'imperativo di bellezza che si è imposto nella nostra cultura lo rende più complesso. Il dovere categorico di essere belli tende a trasferire tutto sul piano reale "...e allora userò tutti i mezzi a mia disposizione per cercare di somigliare a quell'immagine ideale con cui la società mi martella"».

Gli adolescenti sono più esposti alla malattia della bruttezza, ma in una società colpita dalla sindrome da adolescenza protratta, la dismorfofobia si diffonde, tanto da far lanciare al chirurgo plastico Roy De Vita l'invettiva contro i mascheroni: «Mi fa impressione vedere certe donne rifatte che sembrano sorelle. Mi fa senso l'omologazione dei labbroni a canotto e gli zigomi in cui quasi si legge la marca delle protesi, come quelli di Nina Senicar». Nina incarna la bellezza contemporanea, all'ora di cena appare in uno spot.

«La bellezza è sintonizzata sui modelli esaltati dalla tv, una bomba che gasa il cervello osserva Oliviero Toscani . Belli per l'immaginario collettivo sono i Corona, le veline. Chiunque non sia omologato a quei canoni si sente tagliato fuori dall'amore degli altri ed escluso dal successo, sempre più identificabile con l'idea astratta di bellezza. Non solo sei brutto, sei sfigato».

«Sfigato» è il marchio indelebile che relega l'orco all'emarginazione. «Il brutto in volto ma simpatico si salva. Il grasso no. Se poi sei grasso e sotto il metro e settanta, e pure vestito male, non hai speranza», conferma Marco Virtuani, 17enne studente al liceo Carducci di Milano. «Si creano i gruppi in base all'aspetto fisico!», aggiunge Pietro Rebosio, 17 anni, liceo scientifico Cremona, t-shirt aderente che esalta i bicipiti costruiti con 10 ore di palestra e 2 ore di corsa a settimana. «Si parla tanto di discriminazione dei gay ma loro sono ammirati e spesso corteggiati anche dalle ragazze per l'aspetto curato, così come i ragazzi dalla pelle nera, preferiti a noi soprattutto se con tartaruga in vista», continua Marco.

«Io da adolescente potevo essere brutto, oggi non si può essere brutti senza scompensi, perché la cultura decide la modalità di socializzazione ha detto in più occasioni il filosofo Umberto Galimberti . I modelli culturali di bellezza determinano la possibilità che abbiamo di comunicare in termini di accettazione o rifiuto».

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