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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Suicida per il sacerdozio negato
Suicida per il sacerdozio negato
La lettera: era tutta la mia vita. Per il Vaticano era immaturo
Giovedì 02 Dicembre 2010
di Corriere della Sera
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ROMA - «Era una persona meravigliosa. Non era né gay, né pedofilo. Non aveva cattive amicizie. Niente di niente. Voleva fare il prete. Da sempre. Qualcuno glielo ha impedito. Ora ne deve rispondere davanti a Dio». Ippazio Seidita è sconvolto. Suo cugino, Luca Seidita, diacono di 29 anni di Matino, in provincia di Lecce, martedì sera si è gettato dalla rupe di Orvieto. Perché la Santa Sede lo aveva ritenuto «non maturo» per diventare prete. In un biglietto di addio, scritto al computer e stampato prima di uccidersi, il diacono aveva scritto: «Volevo diventare sacerdote. Tutta la mia vita è stata dedicata a questo. Mi è stato negato».

Eppure la valutazione negativa non era condivisa affatto dal vescovo di Orvieto, monsignor Giovanni Scanavino, che aveva preso Luca Seidita come suo assistente e lo riteneva, invece, «pronto». Lo stesso vescovo ieri ha parlato di «divergenze di valutazione» e ha ricostruito gli ultimi, disperati, istanti di vita di Luca. Lunedì era arrivato dalla Santa Sede il fax che bloccava l'ordinazione. «Cosa ho fatto? Ditemi che cosa ho fatto...» aveva gridato Luca. E martedì, insieme al vescovo, era stato in Vaticano per trovare una soluzione. Invano. Così verso le 21.30 ha raggiunto il punto più alto delle mura medievali di Orvieto, teatro già di altri suicidi. Ha gettato giù l'ombrello e si è buttato. Un volo di trenta metri. Simile a quello della sua canzone preferita: «Mi fido di te», di Jovanotti. Ci hanno ripensato, commossi, ieri i suoi parrocchiani a quella canzone che lui usava per invitarli all'amore di Dio. «Fidarsi aveva scritto sul sito della parrocchia è una delle cose di cui abbiamo più bisogno e che più ci costa fare. Come la vertigine che prova chi si sdraia sul burrone. Quello che più ci terrorizza alla fine è ciò che più ci attrae». E ancora: «Mi fido di te. Mai pensato di provarci con il buon Dio? Ha ali forti, credetemi. Auguri per la vostra vita».

Ultimo di quattro figli, ieri Luca ha avuto l'estremo incontro con la mamma, che due settimane fa aveva perso il marito a seguito di una lunga malattia. Con il vescovo lei ha puntato il dito contro i «nemici» di suo figlio. Quelli che avevano tagliato le radici al suo sogno, con voci malevole sulle sue inclinazioni e su cattive amicizie. E quelli che gli avevano impedito di fare il prete.

In mattinata il vescovo aveva escluso di essere mai stato a conoscenza che Luca fosse omosessuale. E aveva specificato che «un tale aspetto non emerge dai documenti in possesso dei seminari». Mandato via prima dal seminario di Molfetta, poi da Fermo, aveva concluso gli studi all'Università Lateranense. «C'erano problemi di carattere e il suo scarso amore per lo studio» aveva ricordato il vescovo che però «aveva recuperato».

Uno «stop» dalla Santa Sede c'era stato anche per il passaggio a diacono. Poi superato. Per l'ordinazione c'era già una data: il 7 dicembre. Ma martedì, poche ore prima del suicidio, la diocesi di Orvieto aveva reso noto che l'ordinazione era stata sospesa e rimandata «per diretto intervento della Santa Sede». Nel comunicato anche la preghiera affinché Luca si potesse «riprendere da questa grande prova». Ma lui non si è ripreso. Il motivo lo ha messo nero su bianco: quel «no» al suo sacerdozio. Nell'ultimo messaggio Luca chiede alle persone «sulla terra di pregare per lui» e al Signore di perdonarlo. Dice di essere cosciente della propria fragilità. Ringrazia il vescovo, chiamandolo «padre Giovanni». E chiede scusa ai familiari.

Ma perché un simile diniego? «Si tratta di un sacramento e la Santa Sede non può dare spiegazioni sul perché venga dato o non dato. Noi non diciamo niente e non abbiamo niente da dire», spiega il portavoce Vaticano padre Lombardi.

Ma la famiglia di Luca vuole sapere di più. Il cugino Ippazio lo dice chiaramente: «Non riusciamo a spiegarci perché non l'hanno voluto. Potevano chiedere qui. Tutti gli volevano bene. Magari fosse rimasto qui da noi».

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