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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Le mille vite di Robbie
Le mille vite di Robbie
Vent'anni da popstar. Tra successi ed eccessi, record e ricadute. Ora Williams racconta la nuova scommessa: un cd natalizio per riunire i Take That
Venerdì 29 Ottobre 2010
di L'Espresso
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Solo due persone hanno regalato la celebrità a Stoke-on-Trent, piccola e fiera cittadina appogiata sulle morbide colline dei midland inglesi. Edward John Smith, il capitano di Sua Maestà andato giù nelle gelide acque dell'Atlantico insieme al suo Titanic; e Robert Peter Williams, l'ex ragazzino copertina trasformato in una decade nel più grande enterteiner pop al mondo dopo Elvis Presley. Chi pensa che dai casting nascano solo mosche effimere dovrebbe dare uno sguardo alla biografia dell'abilissimo, depresso rubacuori e geniale Robbie Williams, il quale, a 36 anni, è pronto alla sfida più grande: riunire la sua ex boy band, quei Take That oggi quasi quarantennni, nel nuovo cd "Progress", in uscita a natale. Un primo assaggio del ritorno ai Take That è il duetto con l'ex compagno di band Gary Barlow in "Shame", unico inedito compreso nel recentissimo doppio cd di greatest hits intitolato "In and out of consciousness". Ma un duetto è una cosa, un'altra invece è incidere un intero cd con tutta la band. "Riunione, nel gergo di questa industria, è quasi sempre l'etichetta di un fallimento annunciato", spiega lui stesso. Invece sembra che Williams e compagni abbiano imboccato una strada in salita ma, per dirla con il titolo, progressiva. La produzione è infatti rigorosa, precisa e coerente. La musica è facile, ma resta con piacere nell'orecchio, e non annoia. "Gli anni si sentono: e meno male", commenta Williams: "Posso fare e lasciar fare ciò che voglio; come un grande bambino viziato".

Non sono in tanti a godere di una tale libertà. "Lo so, sono assolutamente consapevole di questo privilegio. Con questo progetto insieme ai Take That sto aprendo un nuovo capitolo della mia vita, che non ha niente a che fare col passato e che, ora, deve solo esser scritto". Figlio di quella che nel 1974 in Inghilterra ancora si chiamava classe operaia, con serie difficoltà di lettura, per vent'anni Willians ha lottato tenacemente per il riconoscimento e la notorietà. "Ero il clown della mia classe e non ho mai smesso di esserlo", ricorda in un colloquio sorprendentemente franco e aperto. Non per caso il padre era un prestigiatore ambulante disoccupato: "Da bambino volevo diventare qualcosa di simile". Da adolescente, al contrario, arriva a bussare nei suoi sogni il panico del fallimento. Nel 1990 Robbie risponde a un annuncio sul giornale: cercano il quinto componente di una band di ragazzini. Non ha ancora 16 anni, ma convince la madre ad accompagnarlo al provino. Dopo un anno quella band ha già il record di dischi venduti da un gruppo di soli ragazzi.

Ma c'è di più; il fenomeno musicale Take That diventa molto presto anche un caso per i sociologi. Lanciati in alto dalle note leggere e romantiche di canzoni facili e robuste, i cinque (e i loro manager) reinventano la pop star al maschile e fabbricano un nuovo tipo umano: il ragazzo oggetto di desiderio romantico ma, e questa è la novità, anche sessuale, per il consumo di massa di un pubblico di donne ma anche di uomini. Williams e colleghi non hanno nessun problema a girare video sotto la doccia, a distanza ravvicinata, con i muscoli cosparsi d'olio, mandando in delirio un pubblico sempre più variegato. E senza l'ombra di uno scandalo. "Essere scambiati per gay nel 1993 non era più un insulto ma un elogio", ricorda Williams. Se gli anni Novanta sono stati gli anni di un'apertura globale verso l'omosessualità è anche grazie a loro. Con i giovanissimi, sexy, gioiosi Take That sulle copertine della stampa patinata, gay non è più sinonimo di scandalo, ma di "coolness"; una moda. In un mix inestricabile di sensualità e leggerezza i Take That registrano alcuni dei successi piu eclatanti del pop, come l'ultimo brano, quello dell'addio della band, "Back For Good", che diventa subito numero uno in 51 paesi del mondo e verrà venduto, solo lui, dieci milioni di volte.

E la star della band, l'unico che le sopravvive, è lui, Robbie Williams. Raramente il mondo dello spettacolo ha visto una popstar catalizzatrice di così tante diverse istanze: per le giovani donne il principe perduto. Per i ragazzi il tipo giusto, che vive tra sesso droga e rock'n roll e vanta affair con Kylie Minogue e Nicole Kidman. Il pubblico più adulto si è fatto conquistare dalle sue incursioni, riuscitissime, nel swing, come il suo concerto omaggio a Frank Sinatra. Tra i suoi fan dichiarati ci sono la cancelliera Angela Merkel e il principe Carlo. Ma lui mantiene una ironica distanza dal ruolo di superstar. "Se il mondo fosse un posto giusto ora dovrei stare stravaccato, ubriaco, in qualche angolo di Stoke-on-Trent", dichiara tra il serio e il faceto. In fondo, c'è andato vicino. La sua infelicità è cresciuta di pari passo con il successo: "Mi ero convinto - e ancora non so se avevo ragione o meno - che nessuno mi prendesse sul serio come artista. Credevo di impazzire. Mi guardavo nello specchio del backstage, un minuto prima di saltare sul palco, e vedevo una marionetta che balla e canta al comando delle case discografiche", è il ricordo amaro dell'avvio del periodo più buio, quello di una depressione lungamente sottovalutata e per questo devastante.

Il '95 è l'anno della fine di un sogno e dell'inizio di una lotta per la sopravvivenza. Robbie Williams manda all'aria la band: "Mi sentivo come un bambino abbandonato senza motivo; senza amore". È facile riempire la mancanza d'amore con alcol e cocaina, e Robbie lo fa fino quasi ad uccidersi. La sua vita è risucchiata per due anni in un buco nero di eccessi. Poi, improvvisa, la rinascita: "È sconvolgente quanto l'istinto di sopravvivenza sia più forte, e indipendente, dalla tua volontà". Robbie si riprend e si rifà strada come un pugile alla fine di un round quasi perduto. Nel '97, con l'album "Life thru a Lens" si ritrova in piedi, sommerso da critiche positive, e dal fragoroso successo commerciale di brani come "Angel", rimasto per 50 settimane nelle classifiche europee. Da allora sono passati dieci album da solista. Un successo costante, che non lo ha salvato da qualche ricaduta tra i suoi demoni. E adesso arriva "Progress", con canzoni che lasciano entrare brezze e ricordi che vengono da lontano. La casetta di famiglia di mattoni rossi sulla Greenbank Road, a Stoke-on-Trent; il pub delle prime sbronze; il primo appuntamento romantico nel parco davanti casa; il matrimonio dei genitori finito in pezzi. "Credo che mio padre volesse diventare una popstar. Per questo da bambino mi travestivo e cercavo di indossare maschere che, credevo, lui non avrebbe avuto il coraggio di vestire. Da allora non ho smesso di indossare maschere: prima il clown, poi il macho, il bravo ragazzo, il "junkie" in crisi di astinenza. Spesso però non era una maschera, ma la realtà". E oggi chi è Robbie Williams? "Non sono ancora sicuro di saperlo. Ma di una cosa sono certo: sono un intrattenitore eccezionale". Gli ultimi vent'anni sono lì a confermarlo.

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