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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Dalla tv al racconto: la svolta di Nichi inizia dal vocabolario
Dalla tv al racconto: la svolta di Nichi inizia dal vocabolario
Il linguista Antonelli: «È un'operazione di rottura rispetto al Cavaliere, dal gentese si vuole passare all'intellettualese»
Sabato 23 Ottobre 2010
di Il Sole 24 ore
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ROMA - «E lei mi consenta l'ossimoro». La parodia che il comico Checco Zalone fa di Nichi Vendola coglie esattamente quello che più sorprende e incuriosisce del leader pugliese di Sinistra e libertà: il tic della parola ricercata che quasi mai nessuno usa, di cui pochi conoscono il significato e che per questo distrae, crea un effetto speciale. Un effetto di «smarrimento», direbbe Nichi. Insomma, parlare del mondo gay come di una «condizione atopica», indicare Avetrana come «l'epifania del nostro e non del mostro», rispolverare «l'ontologia» per affiancarla a concetti semplici come la libertà, ci porta alla stessa domanda che si faceva Totò in un famoso sketch: «Vediamo questo dove vuole arrivare».

La risposta ce la offre chi con le parole ci costruisce teorie, ci ragiona e non resta un attimo perplesso ascoltando i «paradigmi» di Vendola che s'incastrano e s'intrecciano in menti impreparate al ritorno della lingua colta. Giuseppe Antonelli, quarantenne linguista e professore all'università di Cassino, ci spiega: «Il punto è proprio questo: Vendola sta facendo un'operazione opposta e nuova rispetto a quella che aveva fatto Berlusconi. Lui vuol passare dal "gentese", che prima di tutti fu di Bossi e poi del Cavaliere, all'"intellettualese". Il salto culturale è prendere le distanze dalla semplificazione, dall'appiattimento e far tornare la politica in un luogo colto, riflessivo».

In pratica, l'avventura di Vendola è anche l'avventura dentro il vocabolario italiano. Anche a costo di diventare parodistico, come dimostra Checco Zalone. «Ma è un'operazione calcolata che mira a distinguerlo da Berlusconi: dalla tivù si passa invece alla "narrazione" e allo slogan pubblicitario si preferisce il "racconto". Esattamente l'opposto, appunto, di quel che fece il Cavaliere che si allontanò dal politichese, da quella lingua opaca e confusa della prima repubblica, per arrivare a tutti attraverso la lingua di tutti: pochi concetti chiari e ripetuti come negli spot pubblicitari». Antonelli ci fa strada spiegando l'uso della lingua per arrivare al consenso ed è ovvio che Vendola non punti alle masse.

A chi parla Nichi? «Al precariato intellettuale. La proletarizzazione del lavoro intellettuale è ormai una realtà italiana: insegnanti, ricercatori, chi lavora nelle case editrici. Questo è il mondo che Vendola ha ben individuato e che vuole portare con sè in una competizione tutta interna alla sinistra perchè "ruba" consensi al Pd, a Grillo e a Di Pietro. E come fugge le semplificazioni del Cavaliere che ha soppiantato la scuola pubblica con la Tivù, così fugge dal linguaggio rissoso dei grillini o dell'Idv. E con il suo "difficilese" cerca di conquistare quel mondo di intelettuali marginali». Una volta c'erano i poveri ma belli, oggi ci sono i poveri ma intellettuali anche se la «bellezza» è uno dei capitoli più gettonati da Nichi che arriva a citazioni del Vangelo e di Pasolini, di Basaglia e del Papa per raccontarla. Il tutto condito da «catarsi» ed «epifenomeni». «Vede è proprio questo l'effetto che fa la lingua. Crea un meccanismo di identificazione, detto anche di ricalco. E proprio quelle parole così inusuali creano però in chi ne capisce il significato un senso di appartenenza. In questo è evidente che Vendola cerca una nicchia, non il consenso largo, limitando così anche il suo ruolo di leadership». Una nicchia di happy few che finalmente riabbraccia «metafore» e «paradigmi».

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