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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Polemica gay al Washington Post: vietato twittare
Polemica gay al Washington Post: vietato twittare
Una nota a tutto lo staff del quotidiano: non si risponde alle critiche via Twitter. Tutto a causa di commenti poco felici di un giornalista sull'omosessualità
Sabato 23 Ottobre 2010
di La redazione di Gaynews
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Il Washington Post tira le orecchie ai suoi giornalisti: gli account Twitter con il marchio del quotidiano non possono essere usati per rispondere alle critiche, così come non è corretto utilizzare account personali per “parlare a nome del giornale”. Questo, più o meno, il contenuto di una nota inviata da Raju Narisetti, managing editor del Washington Post, a tutto il suo staff, in seguito a un episodio che ha fatto arrabbiare parecchio i lettori gay e non solo.

A scatenare le polemiche è stata la pubblicazione online, l'11 ottobre scorso, di un articolo scritto dal presidente del Family Research Council, dal titolo Christian compassion requires the truth about harms of sexuality. Nell'articolo, Tony Perkins definisce l'omosessualità come un problema di salute mentale, commentando così una serie di suicidi compiuti da teenager vittime di bullismo anti-gay. La pubblicazione ha provocato le reazioni del Glaad, un gruppo di attivisti gay, che ha scelto proprio Twitter per esprimere il suo disappunto. A infiammare ancora di più il caso ci ha pensato un dipendente del Washington Post, che sempre sul sistema di microblogging ha utilizzato il suo account di lavoro per difendere la posizione del giornale (l'articolo – ha sostenuto – è stato pubblicato per mostrare “entrambi i lati” del dibattito). Di qui una nuova risposta del Glaad - “non ci sono due lati del dibattito" - e un polverone di polemiche.

Per cercare di arginare i danni, il giornale ha dunque inviato un memo allo staff: niente risposte o commenti su Twitter a nome del Post. E non tanto per il rischio di essere male interpretati, quanto piuttosto per una questione di principio. “Quel commento – sentenzia la nota – non sarebbe dovuto esistere”. Secondo Narisetti, si è trattato di un abuso di social network, come se fosse stato promosso a canale di dialogo ufficiale tra giornalisti e lettori. Egli stesso, nel settembre del 2009, incappò nella “trappola Twitter”: dovette chiudere il suo account e scusarsi pubblicamente per aver postato un commento pro-riforma sanitaria sul suo profilo. “Gli strumenti di social networking – scrive oggi ai suoi giornalisti – servono come piattaforma per promuovere le notizie, non per rispondere alle critiche o parlare a nome del giornale”. La risposta a eventuali critiche, insomma, deve passare per le vie canoniche. E i social network vanno usati, sì, ma con moderazione: una volta partito, il botta e risposta sul web può provocare non pochi grattacapi. (Wired.it)

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