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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Serbia: verso l'Europa, tra i fantasmi
Serbia: verso l'Europa, tra i fantasmi
Paese al guado: tra pochi giorni la domanda a Bruxelles per entrare tra i 27. Lo choc del mondo politico. E i risentimenti mai sopiti dopo la guerra. La condanna sui giornali
Giovedì 14 Ottobre 2010
di Il Giornale di Vicenza
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I fantasmi della storia travagliata dei Balcani si danno appuntamento a Belgrado. C'è la città blindata per la visita ufficiale di Hillary Clinton, ricevuta dal presidente Boris Tadic, che spinge verso l'ingresso dell Serbia nell'Unione europea; e nello stesso albergo in cui segretario di Stato Usa lancia il suo monito, un convegno dell'Ipalmo di Gianni De Michelis riunisce autorità istituzionali e governative italiane e serbe per accelerare questo processo.

Ma, dopo gli scontri del gay pride di Belgrado di domenica, gli estremisti serbi hanno messo a ferro e fuoco Genova per ricordare che loro non hanno alcuna intenzione di voltare pagina. La sera stessa della partita Italia-Serbia all'hotel Hyatt di Belgrado si respirava il clima della grande amicizia che c'è tra Italia e Serbia. «Gli italiani sono stati i primi a darci il loro sostegno», ricorda l'ambasciatrice della Serbia in Italia, Sanda Raskovic Ivic, «vogliamo ringraziare tutti per questo sforzo». Mentre parlava scorrevano le immagini di quell'invasato dal volto coperto e col teschio sulla maglia che stava tagliando con la cesoia le reti di Marassi. Gelo in sala, imbarazzo.

Poi si è deciso di spegnere la tv. «È un autogol», afferma Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri, «e temo che possa avere delle ripercussioni a livello di trattative. Immaginate chi vede quelle immagini e poi sente la proposta di ingresso della Serbia nell'Ue: i no aumenteranno». E già l'ambasciatrice Raskovic Ivic, scioccata, ieri mostrava ai cronisti il suo telefono cellulare zeppo di insulti spediti da italiani all'indirizzo dell'ambasciata serba. «Noi chiediamo scusa agli italiani», ha detto, «ma tutti devono sapere che stiamo combattendo contro queste frange criminali, che sono una minoranza legata alle fazioni calcistiche di Partizan e Stella Rossa» Già, ma qui le famigerate «tigri di Arkan» infestavano proprio le curve degli stadi, per poi tradursi in milizie politiche pro-Milosevic.

«Non può esse e un caso», ribadisce Mantica, «se la manifestazione contro il gay pride e questa esplosione di violenza a Genova avvengono pochi giorni prima della riunione del Consiglio europeo a Lussemburgo, prevista per il 25 ottobre, che dovrebbe registrare la trasmissione alla commissione della domanda formale di adesione da parte della Serbia. Questo è un problema politico interno alla Serbia molto serio. Per quel che riguarda l'Italia, noi proseguiremo nel nostro sostegno a Belgrado».

Resta da capire se si tratta di pochi scalmanati, come anche il vicepremier Bozidar Djelic ha lasciato intendere, o se invece c'è sotto un risentimento popolare più radicato nei confronti di chi è visto come il responsabile dello "scippo" del Kosovo. Già, i bombardamenti prima e, adesso, l'indipendenza di quella che è percepita come la culla della cultura, della religione, della patria da parte dei serbi, non sono stati digeriti. Lo strappo di Tadic è stato proprio quello di accettare un compromesso in cambio di quell'adesione all'Ue che potrebbe portare sviluppo.

Le violenze arrivano adesso che quel processo dovrebbe prendere velocità. I giornali di Belgrado registrano queste notizie con enfasi e invocano punizioni severe. Il Kurier piazza in prima un fotone del capo ultrà e titola: «Questa è la morte della Serbia». Vreme mette invece l'immagi e della bandiera del Kosovo bruciata. Il tono degli altri quotidiani è simile. Negli articoli si sottolinea il fatto che il mandante sarebbe proprio a Belgrado, quasi a voler dire che la lotta politica a Tadic e al governo di Cvektovic è appena cominciata.

«Noi speriamo che l'Ue ci dia una mano», insiste l'ambasciatrice, «e che le pressioni dell'Italia riescano a superare l'opposizione dell'Olanda che per ammettere la Serbia pretende la cattura del criminale Mladic. E se fosse morto? Dovremmo forse condannare a morte anche la Serbia». «No, almeno i serbi hanno chiesto scusa per Srebrenica e hanno fornito aiuti e ricercati al Tribunale dell'Aja», dice Mantica: «Da parte di altri protagonisti dell'area non ho ascoltato scuse che sarebbero, invece necessarie».

I fantasmi tornano ad abbassarsi su Belgrado, dove Danubio e Sava si incontrano segnando un incrocio della storia perennemente in agitazione. Ogni volta che qualcuno prova a calmare quelle acque si scatena la solita, violenta, tempesta.

«Ma la strada per l'integrazione nell'Ue è aperta»

Serbia: il saluto delle tre dita Per capire a quanto ci tenga la Serbia all'ingresso nel club, basti dire che il vicepremier, Bozidar Djelic, ha un ministero ad hoc, quello dell'Integrazione europea. Ieri è arrivato al convegno sulla cooperazione nei Balcani promosso dall'istituto Ipalmo di Gianni De Michelis con negli occhi le immagini della partita, si fa per dire, Italia-Serbia di Genova.

Ministro Djelic, chi sono i responsabili? Semplici teppisti o c'è qualcosa di più? «Noi in Serbia abbiamo sempre avuto gravi problemi legati al tifo negli stadi. Lì si annidano i delinquenti più pericolosi, a cominciare da quel signore che avete visto arrampicato sulle ringhiere dello stadio di Genova».

Lo conoscete? «Come no, su di lui pendono quattro procedimenti per droga, violenza e altre accuse varie. Sono gli stessi che hanno messo a ferro fuoco Belgrado nel giorno del gay pride».

Ma il vostro governo non riesce a estirpare questa violenza? «Prima di rispondere mi permetta di dire una cosa agli italiani, una cosa che sento dal profondo. Come rappresentante del governo serbo devo chiedere scusa al popolo italiano per quello che è successo a Genova. È inaccettabile e, come Serbia, proviamo vergogna. Posso assicurare che faremo di tutto per mettere fine a questa violenza».

Non crede che potreste pagare caro tutto questo? Non teme che questi facinorosi rischino di far saltare il processo di adesione all'Ue? «Anche qui, prima devo ringraziare il governo italiano, e il ministro Frattini in particolare, per quello che l'Italia ha fatto per aiutarci. Non sono state parole: l'abolizione dei visti, per dire, è arrivata proprio grazie al vostro impegno. Credo che gli stessi italiani possano testimoniare il nostro impegno».

Dunque, la strada verso l'Ue procede? «Non può essere altrimenti e mi piacerebbe che le vostre 250 imprese che hanno investito qui potessero descrivere quello che hanno trovato».

Anche in Italia, in Veneto in particolare, c'è una numerosa comunità serba, bene integrata. Entrate nell'Ue anche per loro? «Anche grazie a loro l'aria europea è penetrata nelle città serbe. Ma al di là del comune sentire, della vicinanza indiscussa, e che sentiamo molto, tra Italia e Serbia, c'è anche un fattore economico, di reciproco interesse, che dovrebbe spingere l'integrazione».

Perché un'impresa italiana dovrebbe venire a investire in Serbia? «La Fiat potrebbe avere una buona risposta, e anche le banche italiane che sono qui, Intesa e Unicredit, saprebbero cosa dire. Ma io penso che siano le piccole e medie imprese le più interessate».

Dica un motivo solo? «Vogliamo ricordare il nostro trattato di liberalizzazione dei commerci con la Russia? Le merci prodotte al 51% in Serbia non pagano dazio. E avete idea di cosa sia il mercato russo? Ecco, questa potrebbe essere la porta ideale per conquistare quote di mercato in quel grande paese».

De Michelis e l'Ipalmo hanno organizzato qui un convegno proprio per spingere questa idea. Crede che funzionerà? «A De Michelis mi lega, oltre che la passione per le discoteche, il comune sentire per i rapporti tra Serbia e Italia. Lui dice addirittura che il futuro dell'Europa dipende dai Balcani. A me basterebbe che l'integrazione andasse a buon fine nel più breve tempo possibile».

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