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| Trieste: filmato durante il delitto, libero dopo 10 anni |
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| Con altri 2 marinai egiziani partecipò al festino nel quale venne accoltellato Bruno Cosolo |
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| Giovedì 14 Ottobre 2010 |
| di Il Piccolo di Trieste |
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Libero per buona condotta. È tornato in Egitto, dopo aver scontato 10 dei 16 anni di pena della condanna definitiva, El Fil Amr Mahmud, 41 anni, uno dei tre marinai che il 4 aprile del 2000 assassinarono a coltellate nella sua casa di viale XX settembre il tecnico della Telecom Bruno Cosolo. E che furono incastrati dalle immagini filmate dalla telecamera che la stessa vittima aveva nascosto tra i volumi della libreria.
L’altra mattina l’egiziano è uscito definitivamente dal carcere di Santa Bona, a Treviso, dove era rinchiuso. In precedenza era stato detenuto a Padova e a Trieste. Come ha annunciato lui stesso agli operatori penitenziari, è tornato nel suo Paese. Ma dicendo di non escludere di potere un giorno far ritorno in Italia.
Motivo della liberazione, si diceva, buona condotta: un comportamento ineccepibile, è stato definito dagli stessi operatori penitenziari di Treviso. In sostanza, non avendo mai subito procedimenti disciplinari in questi dieci anni, ha progressivamente accumulato sconti di pena che si sono concretizzati nella liberazione. Per ogni anno dietro le sbarre ha avuto tre mesi di bonus. Che dopo dieci anni di reclusione sono diventati trenta mesi. Ai quali sono poi stati aggiunti gli altri benefici. Insomma, pena scontata, a tutti gli effetti.
«L’ho visto molti anni fa, ai tempi del processo in Cassazione e so che si è poi sempre comportato bene. El Fil Amr Mahmud dei tre era stato quello che non aveva materialmente partecipato all’omicidio», ricorda l’avvocato Roberto Maniacco.
Nel gennaio del 2008 un altro complice dell’omicidio di Cosolo, Mohammed Walid, era morto durante un permesso premio. Era stato trovato cadavere in una stanza della comunità Oasi di Padova. Il terzo marittimo egiziano, Hibrahim Al Hagab, è ancora in carcere.
«Più guardo questi tre assassini chiusi nella gabbia degli imputati, più li odio. Non auguro la morte a nessuno, nemmeno a questi tre marinai. Ogni tanto però penso che se tagliassero loro le mani, non avrei nulla da ridire» aveva affermato durante il processo di appello uno dei fratelli del tecnico ucciso - come si diceva - davanti all’obiettivo della sua telecamera, che egli stesso aveva nascosta nella libreria. Per questo all’epoca si era parlato di «omicidio in diretta». Su quel filmato avevano indugiato a lungo i difensori dei tre marinai egiziani, cercando di separare le responsabilità di ciascuno dei loro clienti per ottenere pene diverse a seconda del ruolo assunto nell’omicidio. Sul nastro era rimasta incisa una voce che in arabo: «Finiamo questa storia che fa paura e andiamocene via. Che Allah sia con noi».
I marinai dopo il delitto erano scappati dall’appartamento di viale XX Settembre cercando di raggiungere la loro nave, ormeggiata in porto. Ma erano stati bloccati e rinchiusi al Coroneo con l’accusa di omicidio volontario. La richiesta di rito abbreviato li aveva salvati da una pena che molti ritenevano sarebbe stata pesantissima. Invece erano usciti dai due processi di primo e secondo grado con 16 anni di carcere da scontare. Tre altri anni sono stati cancellati dall’indulto.
Com’era emerso durante il processo, la vittima del delitto era un gay e secondo le indagini del pm Raffaele Tito l’omicidio era maturato in questo contesto, cui aggiungere la droga e l’alcol che i tre avevano in corpo quando erano saliti nell’abitazione di viale XX Settembre. La telecamera che Cosolo aveva nascosto in casa avrebbe dovuto riprendere l'incontro amoroso con i tre giovani stranieri: è invece diventato l’occhio che ha registrato l’omicidio.
Bruno Cosolo ancora oggi è ricordato dagli amici come una persona mite, riservata, generoso con gli altri al punto di gettarsi in mare in pieno inverno per salvare dall’annegamento il conducente di un motocarro. Questo articolo ha ricevuto 350 visite.
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