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| Mestre: colpito a morte da un pugno |
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| Alcool e qualche commento di troppo su 3 trans provocano una rissa mortale in un bar del veneziano |
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| Giovedì 30 Settembre 2010 |
| di Il Gazzettino |
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Ventiduenni: vittima e omicida coetanei. Entrambi stranieri da anni in Italia e da parecchio residenti a Mestre: un bravo ragazzo uno, cuoco in un ristorante fino alla scorsa stagione quando non gli è stato rinnovato il contratto di lavoro, uno scapestrato l’altro, lavori saltuari ora nullafacente, con precedenti legati alla sua indole violenta, come ha sottolineato il dirigente della Squadra Mobile della questura di Venezia, Marco Odorisio.
Non si conoscevano: si incrociano al Bar Alessia al civico 23 di via Rosa, insieme ad altri, l’altro ieri attorno a mezzanotte in pieno centro a due passi da Piazza Ferretto. Juel Dhali, bengalese, è con un connazionale, sta per rientrare a casa in via Cappuccina dopo aver consumato qualche birra.
Ioan Miculaiciuc, romeno, residente in via Visinoni a Zelarino, si trova in compagnia di un marocchino e di tre trans ecuadoregni piuttosto alticci per i superalcolici sorbiti. Quello che succede prima è affidato al racconto dei testimoni ascoltati dagli investigatori della Mobile, con il vicedirigente Roberto Della Rocca: qualche apprezzamento pesante nei confronti dei sudamericani, qualche parola di troppo, qualche spintone, qualche minaccia. Ma poi sembra tutto appianato. Fino a quando i due cittadini del Bangladesh escono dal locale, seguiti dall’altro gruppo. Nessun contatto apparente, poi, ancora il parapiglia, qualcuno schiaffeggia qualcun altro. Juel si mette di mezzo per sedare la rissa e riportare la calma: Ioan lo colpisce con un pugno sul collo, tra il mento e l’orecchio, cade a terra di schiena, esanime. Il suo assassino si allontana con gli altri, senza preoccuparsi di nulla.
Quello che è certo è che sull’asfalto della pista ciclabile a qualche metro dall’ingresso del locale, Juel esala l’ultimo respiro, ucciso come un cane, per niente, con un colpo secco sferrato da un ragazzo della sua stessa età. Cadendo all’indietro ha sbattuto la testa: sarà l’autopsia, disposta dal magistrato di turno Carlotta Franceschetti e affidata la medico legale Valentina Meneghini, a stabilire la causa del decesso.
L’allarme è immediato. Nel giro di pochi minuti davanti all’esercizio, dove si sta formando una piccola folla di bengalesi richiamata del tamtam telefonico, arrivano le volanti e l’ambulanza del Suem: per Juel non c’è più nulla da fare. È caccia al killer. Vengono chiamati anche gli esperti della Scientifica. I poliziotti sanno che il fattore tempo è decisivo: nemmeno un’ora e mezza dopo gli agenti delle volanti lo intercettano in via Felisati, riconoscendolo dalla descrizione fornita da chi l’ha visto all’opera: lo ammanettano e lo accompagnano a Santa Chiara dove viene identificato e quindi portato in carcere.
«Se non lo avessimo catturato subito - dichiara Odorisio - molto probabilmente sarebbe riuscito a fuggire con la complicità di alcuni conoscenti. Il suo arresto è la conferma che il dispositivo di sicurezza a scopo preventivo e repressivo voluto dal questore in città con servizi di pattugliamento ordinari e straordinari, permette di intervenire in maniera rapida e efficace».
Ioan Miculaiciuc, difeso dall’avvocato d’ufficio Lucia Coin deve rispondere per il momento dell’accusa di omicidio preterintenzionale: già domani forse l’interrogatorio di convalida.
«Fine assurda: vogliamo giustizia e più sicurezza»
Ad accompagnarci a casa della famiglia di Juel Dhali, è un suo amico, Kamrul Syed, titolare dell’internet point "Tricolore" in via Piave e punto di riferimento nel quartiere per i bengalesi, la comunità straniera più numerosa a Venezia.
Gentile, sorridente, non nasconde l’amarezza e la rabbia per la morte del giovane connazionale, ammazzato da un pugno sferrato da un romeno all’esterno del bar Alessia in via Rosa: «Una fine assurda, che non possiamo accettare: per le modalità e anche per il luogo, in pieno centro verso mezzanotte, in una zona che non è considerata malfamata come ad esempio quella vicino alla stazione». Parla bene l’italiano, dopo oltre un ventennio trascorso in Italia, praticamente metà della sua vita, ora che ha 41 anni.
Più o meno la stessa età del papà e della mamma di Juel, entrambi 44enni, lui fiorista, lei casalinga: abitano in un appartamento al terzo piano di una laterale di via Piave con le due figlie Jasmine e Sonia di 19 e 14 anni, e l’altro figlio Soel, 21 anni.
Hanno perso per sempre il loro primogenito, che si era sposato appena lo scorso anno. Il dolore è dilaniante e non hanno la forza di parlare. Lo fanno il fratello e la sorella di Juel, dimostrando una compostezza e un contegno che quasi stridono con la loro giovane età.
«Jeul voleva solo lavorare per riuscire a portare qui a Mestre sua moglie Sabina. Era un ragazzo come tanti, come quelli della sua età. E ora non c’è più solo perché ha cercato di mettere pace fra due che litigavano. Ci hanno avvertito per telefono. Con nostra madre siamo andati lì: era steso a terra coperto da un lenzuolo bianco».
«Cosa vogliamo? Giustizia prima di tutto perché siamo stanchi di essere il bersaglio della violenza altrui. Sì perché a uccidere - dicono con sofferenza - è il colore. De tanti bengalesi picchiati per strada non si sa nulla. Occorre che qualcuno di noi venga assassinato per attirare l’attenzione».
«Da quando sono qui, oltre otto anni - aggiunge Soel cameriere a San Giacomo Dell’Orio - non sono più andato in Bangladesh e non mi interessa andarci. Mi sento italiano, mi piace, vorrei la cittadinanza. Ma ciò che desidero e che chiedo, insieme a tutti i bengalesi, è più sicurezza. La tranquillità di poter camminare per strada senza essere accerchiato da magrebini o zingari che ti fermano ed esigono una sigaretta, e ti minacciano solo perché hai la pelle scura». Questo articolo ha ricevuto 294 visite.
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