Di Saverio Aversa
La condizione di omosessualità, l’essere e/o il dichiararsi gay, lesbica,
bisessuale o anche avere un’identità transessuale, non costituiscono
prerequisiti indispensabili per vivere pienamente e forse serenamente il
proprio orientamento sessuale e il genere di vera e sentita appartenenza. Si può non essere eterosessuali e non accettarsi completamente, si può credere che essere lesbica, transessuale, gay o bisex significhi essere incompleti,
inferiori, non adeguati, non all’altezza della società alla quale si vorrebbe
appartenere con una certa autorevolezza. Questo succede da quando esiste il
mondo, probabilmente, ed oggi si parla addirittura della presunta omosessualità
di Stalin, dopo aver avanzato l’ipotesi che anche Hitler fosse gay, se poi
queste ipotesi siano vere o meno è poco importante, sicuramente è meno
significativo del fatto che Stalin ed Hitler erano omofobi e mandarono migliaia
di omosessuali nei campi di concentramento. Almeno ottanta paesi del nostro
pianeta hanno legislazioni che condannano chi non si riconosce nella più
accettata e normalizzante identità eterosessuale, in una concezione familista
che supporta una società conservatrice e rassicurante. L’omofobia quindi
appartiene agli eterosessuali che si sentono minacciati da chi è differente da
loro; l’omofobia appartiene all’ideologia di destra che vuole uomini e donne in
ruoli ben differenziati, in grembiule nero per i maschi e bianco per le femmine
come vuole la ministra Gelmini, che stabilisce che la forza di una “nazione”
sia soprattutto nel numero dei suoi abitanti e quindi condanna e punisce chi
non procrea; l’omofobia si registra ancora anche nell’ideologia di sinistra,
nei nostalgici di un mondo idealizzato e rappresentato principalmente dal
proletario eterosessuale perché l’omosessualità è disprezzata come espressione
della decadenza dell’odiata borghesia.
Gli omofobi omosessuali sono numerosi anche nei movimenti per il
riconoscimento dei diritti negati e sono quelli che, più realisti del re, più
papisti del papa, vogliono salire sul carro del vincitore, sempre e senza
distinzioni considerate troppo sofisticate, e con l’alibi “dobbiamo dialogare
con tutti, anche a destra ci sono delle aperture, ecc.”, stanno lì da tempo
immemore aspettando le “briciole del potere”, mendicando un sia pur minimo
riconoscimento che giustifichi i loro affanni e i loro compromessi. Loro sì che
hanno veramente paura di essere “messi da parte”, angosciati che la loro
“disponibilità” al dialogo comunque e con tutti non li premi con la ribalta
perpetua.
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