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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Il premier inglese al Commonwealth: niente aiuti ai Paesi antigay
Il premier inglese al Commonwealth: niente aiuti ai Paesi antigay
«Potremmo smettere di aiutare economicamente le nazioni che hanno leggi contro i gay». Spiega che il problema è semplice: chi vuole i soldi della Corona deve trattare ogni cittadino con civiltà
Lunedì 31 Ottobre 2011
di La Stampa
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Perth, Australia, c'è la riunione dei capi di governo dei 54 Paesi del Commonwealth, un'organizzazione che lega due miliardi di persone sparse in territori totalmente disomogenei, dal Regno Unito all'Uganda, dalle Bahamas al Bangladesh. Sono tutte ex colonie britanniche, tranne il Mozambico e il Ruanda. David Cameron, insolitamente senza cravatta, sale sul palco di fronte a un enorme schermo blu. Fa un discorso molto simile a quello pronunciato a Liverpool, dove aveva lasciato di sasso i tremila delegati del suo partito accorsi nel Merseyside per il Congresso dei Conservatori. Si parla di diritti umani e il primo ministro inglese decide di puntare l'attenzione sugli omosessuali. Tema diventato molto caro alla sua maggioranza, che per decenni ha trattato la vicenda con una diffidenza molto simile al fastidio.

Dice una cosa che sembra ovvia. E invece è esplosiva. «Potremmo smettere di aiutare economicamente le nazioni che hanno leggi contro i gay». Spiega che il problema è semplice: chi vuole i soldi della Corona deve come minimo trattare ogni cittadino secondo criteri di civiltà. «So che non è una cosa che si può fare dal giorno alla notte. Ma credo che sia un percorso necessario. Un viaggio che anche i Paesi più arretrati sono tenuti a fare». La Gran Bretagna devolve in aiuti umanitari 7,5 miliardi si sterline l'anno. Normale che pretenda di vederli utilizzati in modo sensato. Il primo ministro britannico saluta e lascia il palco. Musica. E applauso decisamente tiepido.

Buona parte dei delegati africani ingollano esterrefatti il bicchiere di vino bianco. Oltre quaranta Paesi del Commonwealth hanno leggi che condannano l'omosessualità, trovando insopportabile la complicità rotonda e solidale degli amanti dello stesso sesso. In Uganda il dibattito per abolire la legge contro i rapporti omosessuali nel 2009 ha scatenato disordini a Kampala. E pochi mesi fa, il 26 gennaio, l'attivista gay David Kato è stato massacrato a martellate mentre si trovava nella sua casa di Bakusa. Il ministro ugandese dell'etica, James Nsaba Buturo, un uomo che cammina a scatti come se fosse mosso da un motorino a molla, dichiarò allora testualmente: «Gli omosessuali possono scordarsi dei diritti umani».

A Perth, dopo l'intervento britannico, il giornalista Charles Odongpho si collega in diretta con la sua radio nazionale. Si sente ispirato. «E' giusto fare pressioni perché ogni nazione rispetti la democrazia e i diritti dei singoli. Ma da ugandese vi dico che dobbiamo fare i conti con problemi più importanti di quelli dei gay. E di gran lunga».

Si lancia in una difficile tirata sulle terre africane in cui uomini e donne si moltiplicano come formiche su un dolce di riso e dove la corruzione dilaga. «Cameron fa bene a pensare ai suoi soldi, ma qui da noi i guai si chiamano povertà, educazione e scuola». Non gli passa minimamente per la testa che tra rispetto della persona ed educazione ci sia un nesso indissolubile. Tira una boccata da un grosso sigaro e svolazza orgoglioso verso l'uscita.

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