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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Belgio: la vittoria del negoziatore Di Rupo, abruzzese tosto col farfallino
Belgio: la vittoria del negoziatore Di Rupo, abruzzese tosto col farfallino
Dopo aver risolto l'impasse, è favorito a premier. Pregi: 'Sa rinunciare quando il rischio non vale la candela, non è disposto a cedere sui principi'. Debolezze: 'Non dimentica un torto'
Lunedì 10 Ottobre 2011
di Corriere della Sera
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«In nome di Allah, in un Paese musulmano come il Belgio un omosessuale non può in alcun caso diventare primo ministro. Il peccatore omosessuale Di Rupo morirà di spada bianca». Diceva così la lettera anonima spedita tempo fa alla televisione fiamminga Vtm. Di Rupo, come sempre, non commentò. Il ministero dell' Interno non gli assegnò scorte: non gli si conoscevano nemici credibili. E quanto alla storia dell' omosessualità vera o presunta, l' uomo non ha mai smentito né ostentato nulla. Del resto il Belgio «musulmano», cioè cattolico da millenni, non sembra avere pregiudizi in materia: è diventato nel 2003 il secondo Paese al mondo a legalizzare i matrimoni gay, e dal 2006 ha legalizzato anche le adozioni di figli da parte di coppie gay.

Chi aveva scritto quella roba sulla «spada bianca», squilibrato o vero scolaretto di Bin Laden, non doveva essere perciò molto informato né avere gran fiuto. E infatti, pochi mesi dopo, ecco qui: non solo il presunto «peccatore» ha risolto (con l' aiuto dello spavento provocato dalla crisi della banca Dexia) la più lunga crisi politica della storia belga e mondiale, ma oggi è il più naturale candidato alla carica di primo ministro (sarebbe il primo francofono dopo 38 anni a diventarlo); e soprattutto è il politico più popolare del Belgio, perfino fra gli avversari della destra fiamminga. Anche loro, pur fustigandolo come demagogo «rosso» - come il suo eterno farfallino - concedono a Di Rupo 4 doti: è tosto, sa negoziare, sa rinunciare quando il rischio non vale più la candela; e non deroga sui principi.

Perciò il re Alberto II ha scelto questo cavallo all' inizio, come mediatore ufficiale, e su di lui è tornato caparbiamente, anche dopo rinunce e cadute: il cavallo era soprattutto da tiro, non solo da corsa, e per questo ha retto a 482 giorni di marcia, cioè di crisi istituzionale. Poi ci sarebbero i difetti. Due, soprattutto: pare che Di Rupo non dimentichi mai un torto, autentico o solo immaginato, e che alla prima occasione non rinunci mai a ricambiare; e dietro il disinteresse ostentato per gli onori della politica ci sarebbe un' ambizione gagliarda, a dir poco, nonché una conoscenza ben dissimulata del potere e dei suoi giochi.

Quanto invece alle 4 doti riconosciute anche dai «nemici» fiamminghi, per conferma rivolgersi alla biografia personale. «È tosto»: come può esserlo il figlio di un operaio o di un minatore abruzzese immigrato al Nord, passato attraverso tutti i setacci della sorte. Di Rupo aveva 6 fratellini, e aveva un anno quando il padre morì in un incidente stradale. Nessuno in casa parlava il francese e tanto meno il fiammingo: la madre riuscì a mandarli a scuola tutti, l' università non era davvero prevista eppure arrivò anche quella. «Sa negoziare»: cioè è duttile e attento ai minimi equilibri, come si pensa debba esserlo uno che ha avuto una passionaccia per le molecole della chimica e ci si è pure laureato.

«Sa rinunciare quando il rischio non vale più la candela»: Di Rupo lo fece, infatti, nell' agosto 2010, restituendo al re Alberto II il mandato di «esploratore politico», poche settimane dopo averlo ricevuto; ma poi, dopo una saggia o volpina attesa, tornò in campo felpatamente quando gli umori più brutti si erano decantati, e riprese le redini della diligenza. Infine, «non deroga sui principi»: «basta al machismo della destra», scrive Di Rupo sul suo blog, quando nei mesi scorsi fiamminghi e liberali attaccano le quote rosa in Parlamento, e lo fa anche se un canale aperto con loro gli servirebbe assai, in quel momento. Oltre che leader del Partito socialista, e deputato ininterrottamente dal 1982, l' uomo è stato sindaco di Mons, e presidente della Vallonia. Un titolo particolarmente garbato di un quotidiano italiano, nei giorni in cui gli veniva assegnato il mandato esplorativo, annunciava sommessamente: «Il prossimo premier? Un gay italiano che odia gli italiani». Spiegazione offerta: il «no» che Di Rupo avrebbe opposto nel 2002 al gemellaggio fra un paese vallone e San Giovanni Rotondo, amministrato da Forza Italia e An. L' album del politico è pieno di fotografie che lo ritraggono con il casco da minatore fra i minatori siciliani o sardi di Charleroi, oltre che con il solito papillon rosso. E bambino, serio, con la riga pettinata da una parte. Forse certe malinconie dell' infanzia pesano ancora sul ricordo della nazione paterna. Ma l' ultima volta che Di Rupo tornò a San Valentino in Abruzzo Citeriore, il borgo di famiglia, era pronta una cerimonia per offrirgli le chiavi del Paese: lui arrivò con la sua moto, e prima si fermò per un po' in un bar, a prendere una birra.

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