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Edizione di Sabato 26 Maggio 2012
Il comico liberal che si fa beffe di Obama
Il comico liberal che si fa beffe di Obama
Il malumore della sinistra «liberal» nei confronti di un leader che vorrebbero più impegnato sui matrimoni gay e pronto a ritirare subito le truppe dall'Afghanistan
Lunedì 04 Ottobre 2010
di Corriere della Sera
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NEW YORK «Obama? Una campagna da visionario, una presidenza da funzionario». Qualche giorno fa Jon Stewart, il comico di sinistra più dissacrante e popolare d'America, è andato addirittura nella tana dell'orso Bill O'Reilly, il conduttore arciconservatore della Fox, la rete televisiva di Murdoch ad attaccare senza pietà un presidente che accusa da tempo di aver rinunciato all'ambiziosa agenda che aveva presentato agli elettori, di aver tradito la loro fiducia.

Il malumore della sinistra «liberal» nei confronti di un leader che vorrebbero più fermo nei principi e meno impegnato a cercare compromessi con l'opposizione repubblicana, è palpabile da tempo: l'entusiasmo di supporter e volontari obamiani è svanito, mentre tv e siti di sinistra come Msnbc e Huffington Post passano più tempo a criticare la Casa Bianca che ad attaccare i repubblicani. Il presidente non rassicura i delusi: cerca invece di scuoterli, di richiamarli alla dura realtà della politica. «Ragazzi svegliatevi», ha detto anche l'altro giorno, riferendosi alle proteste dei radicali che l'avrebbero voluto più impegnato sui matrimoni gay e pronto a ritirare subito le truppe dall'Afghanistan.

Ma quelle della dialettica politica tradizionale sono armi spuntate davanti alle battute satiriche sferzanti che trasformano un malessere latente in una risata amara, in un distillato di delusione. Per cercare di riconquistare la fiducia dell'uomo della strada schiacciato dalla crisi, Obama ha iniziato un tour negli Stati dell'interno durante i quali va a incontrare alcune famiglie nel cortile della loro casa. Un'operazione mediatica che Stewart ha demolito con un monologo fulminante: «Sir, lei è il leader del mondo libero: non può trasformare la presidenza dell'"Air Force One" in quella del "cortile numero due"». Alla satira non si replica, ma il «Daily Show», la trasmissione di Jon Stewart per la rete Comedy Central va molto oltre l'intrattenimento. Lo dimostrano i premi giornalistici che gli sono stati assegnati per le sue denunce che sono sempre molto serie, anche se costellate di battute sarcastiche. Stewart, che conduce lo show da 11 anni, è diventato un personaggio «di culto» ridicolizzando i personaggi e le politiche dell'era Bush. E anche ora attacca in continuazione i Tea Party ma, vista la sua collocazione politica, i monologhi che colpiscono di più sono quelli contro Obama. Che in Congresso ha spesso accettato compromessi non esaltanti per superare l'ostruzionismo repubblicano e i dissensi dell'ala destra del suo stesso partito.

Chi fa satira, però, può permettersi di ignorare le «leggi di gravità» della politica. E così Jon è libero di inchiodare il suo ex idolo alle scelte al ribasso: ci hai promesso cambiamento, una politica della speranza, ma poi ci hai fatto profondare in un «tran tran» senza ambizioni. Un'accusa che non viene più da un mondo sperato della comicità: in un'era di rivoluzione mediatica e di rimescolamento dei messaggi e dei ruoli, negli Usa gli «anchor » del l a destra radicale come Glenn Beck stanno diventando più popolari dei leader politici, mentre anche i comici della rete «Comedy Central» non si preoccupano più di rispettare i confini. Stewart ha promesso che non si candiderà, ma, dopo aver ironizzato per mesi sull'irragionevolezza delle cose dette da molti esponenti dei Tea Party, ha organizzato per il prossimo 30 ottobre una manifestazione nazionale per «ripristinare la sanità di mente». Un modo di scimmiottare il raduno «per il ripristino dell'onore» che i Tea Party hanno tenuto un mese fa nello stesso luogo: il Mall di Washington. Ma anche una risposta politica a due giorni dal voto di mid-term. Alla manifestazione dei conservatori partecipò anche Sarah Palin, ma il suo vero animatore fu proprio Beck, il conduttore della Fox divenuto popolarissimo con i suoi sermoni apocalittici. Ai quali arriva adesso la risposta «satirica» di un altro comico di Comedy Central, Stephen Colbert, che lo stesso giorno, a Washington condurrà la marcia «gemella» per «tenere viva la paura». Anche con Colbert satira e politica si mescolano producendo strani ibridi: una sua inchiesta tv sullo sfruttamento degli immigrati clandestini nelle fattorie californiane ha indotto un Congresso che cerca di risollevare i suoi bassissimi indici di approvazione tra i cittadini a invitare il comico a Capitol Hill: un'audizione semiseria e il Parlamento trasformato in palcoscenico, una pagina da dimenticare a detta dei leader dei due schieramenti.

A cercare di arrestare la «satira con licenza di uccidere» è stato l'altro giorno Rick Sanchez, un conduttore ispanico della Cnn, spesso pizzicato da Stewart. Rick se l'è presa col comico «che si sente onnipotente perché appartiene all'establishment ebraico che domina i media». Sanchez, però, non è un comico e manca di senso dell'ironia: è stato licenziato su due piedi dalla Cnn.

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