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| TEL AVIV, GAY PIU’ FORTI DELLA STRAGE |
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| Il movimento gay deve dimostrare, ancora una volta, di essere un movimento di donne e |
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| Venerdì 07 Agosto 2009 |
| di Il Tirreno |
| in Mondo |
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di Mauro Vaiani
Sabato scorso c’è stata una strage a Tel Aviv, in un bar gay. Si fa presto a dire “bar gay”. Sembra già quasi sottinteso che un po’ se lo meritino, no? Buona parte della società israeliana è scioccata proprio per questo.
Qualcuno di coloro che si sono costruiti una carriera politica cavalcando il fanatismo religioso e il conformismo sociale, per esempio il leader del partito Shas, Eli Yishay, vorrebbe ora che certe sue sentenze sui gay “malati” e “perversi”, fossero dimenticate. Anche Rabbi Shlomo Aviner, un religioso che fa molta politica, vorrebbe non aver mai detto che l’omosessualità è un crimine da punire con la morte, secondo la Torah...
Era un circolo, questo Bar Noar, che significa il “bar dei ragazzi” (Teens’ Bar). Non vendeva alcolici. Vi si beveva coca-cola. Nessuno sballo, solo quattro chiacchiere. Giovani volontari vi accoglievano adolescenti e ragazzi, per lo più giovanissimi inquieti, che cominciavano a fare i conti con la propria omosessualità. Un luogo innocente, pieno di innocenti.
Molte famiglie, quando sono state chiamate dall’ospedale a visitare i propri figli feriti, hanno appreso allora, per la prima volta, della loro diversità.
C’è da ammirare molto la società israeliana e la sua polizia, in particolare, per come stanno reagendo: compostezza e caccia al colpevole, quello vero, quello singolo. La polizia tace, non vuole che si inneschi alcuna facile identificazione stereotipata del nemico. Potrebbe essere un immigrato russo irretito da una frequentazione neo-nazi, un arabo-israeliano fanatizzato da qualche predica islamista, un giovane ebreo ortodosso imbottito di luoghi comuni spacciati per versetti della Torah? Se ne riparlerà dopo una formale incriminazione e i gradi di processo di una giustizia che funziona, in una società dove i media sono effervescenti e combattivi.
Nel frattempo la Jerusalem Open House, il principale luogo di accoglienza e di mutuo aiuto fra persone omosessuali ebree, musulmane, cristiane, luogo di rifugio per gay di tutto il Medio Oriente, prima di tutto si è raccolta in preghiera, con l’antico grido del Libro di Geremia: “Rachele piange, perché i suoi figli non sono più”. Il movimento gay deve dimostrare, ancora una volta, di essere un movimento di donne e uomini forti, più forti della violenza.
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