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| Tra Adamo ed Eva c'è sempre un gay |
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| Parla lo storico indiano Saleem Kidwai, dopo la depenalizzazione voluta da Delhi. «Una svolta. Ma la criminalizzazione degli omosessuali la portò l'Occidente» |
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| Martedì 07 Luglio 2009 |
| di Il Riformista |
| in Mondo |
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di Anna Mazzone
In tutte le storie legate alla genesi del mondo, religiose o meno, c'è un tratto in comune. Esiste una coppia (uomo/donna), la location è solitamente un Eden, o un paradiso che dir si voglia, e poi capita una tentazione oppure una difficoltà che fa scivolare la coppia archetipica nel mondo reale, gli fa avere figli e inizia così il popolamento primordiale del mondo. Ebrei, musulmani, cristiani e hindù concordano su questo big bang basato sulla coppia eterosessuale originale, ognuno con variazioni sullo stesso tema. Ma a ben guardare, dalla filosofia greca in poi, si insinua l'idea che in realtà in quell'Eden ci fosse anche una terza figura, legata alla storia del mondo sin dalle sue origini: il gay! Già Platone con la sua teoria della mela spaccata a metà che inseguiva l'unione perduta e tendeva a ritrovarsi, contemplava la possibilità che le due metà della mela potessero essere di sesso identico. E anche nelle tradizioni indiane quest'idea ha sempre intriso la letteratura hindù, musulmana o buddhista.
La vena omosessuale esiste negli Shastra, gli antichi scritti indiani, ed è stata coperta dalla fitta coltre colonialista con l'arrivo nel subcontinente delle navi inglesi. Nel 1860 viene redatto l'articolo 377, che criminalizzava la sodomia in India. Un gay poteva essere messo in carcere per più di dieci anni, oltre a dover pagare una salata multa. Articolo stralciato recentemente dall'Alta Corte di Delhi, dopo un'intensa battaglia condotta dalle associazioni per i diritti civili in tutto il Paese. Ma già nel 2000, due docenti di Storia dell'Università di Delhi, avevano dato alle stampe un libro dal titolo originale: Same-sex Love in India. Ruth Vanita e Saleem Kidwai, studioso di Storia medievale e islamica, hanno svolto un lavoro certosino nel rintracciare all'interno della tradizione narrativa indiana le trame omosessuali. Il loro saggio ha squarciato il velo del moderno conservatorismo hindù, in base al quale l'omosessualità viene spesso additata come un "prodotto importato" dall'Occidente, dimostrando - al contrario - che le storie dei gay sono sempre state presenti nella cultura del Paese e, semmai, con l'arrivo degli Occidentali sono state additate come criminali, quindi giudicate in termini negativi.
Nei testi in sanscrito e persiano, risalenti a millenni prima di Cristo, si ritrova un acceso dibattito sull'omosessualità, senza alcuna forma di pregiudizio o - all'estremo - di criminalizzazione. È dal XIX secolo in poi, con l'eredità coloniale e l'importazione della moralità vittoriana, che la poetica indiana comincia a essere "eterodiretta", nel senso di "eterosessualmente" diretta. La lirica qawaly, che fino all'arrivo dei sudditi della Regina aveva ampiamente celebrato gli amori omosessuali alla stessa stregua di quelli eterosessuali, cambia immediatamente target. Spariscono le coppie gay e l'amore romantico viene identificato solo nelle coppie "classiche", ossia quelle composte da un uomo e una donna. Fino ad arrivare ai nostri giorni, quando da Delhi inizia la "rivoluzione sessuale" indiana: i gay non sono più criminali.
«È un momento di grande gioia, è una grande emozione», dice al Riformista Saleem Kidwai. «La sentenza della Corte di Delhi ha superato ogni più rosea previsione, non ci aspettavamo così tanto». E ha la voce davvero commossa Saleem Kidwai. Professore, giungono voci che la sentenza di Delhi sia circoscritta, mentre nel resto del Paese continua a essere in vigore l'articolo 377. «Per il momento è così - ci spiega Kidwai - ma questa sentenza formidabile crea un precedente che ha un peso straordinario. È il primo passo per modificare la Costituzione. Ora centinaia di coppie gay in tutta l'India potranno chiedere lo stesso trattamento ricevuto a Delhi. Le implicazioni di questa sentenza sono davvero formidabili. Il Paese sta vivendo un grande momento di svolta». Kidwai, insieme alla sua collega Ruth Vanita, qualche anno fa ha sostenuto la tesi che l'omosessualità in India non sia stata "importata" dall'Occidente, ma che sia alla base stessa della cultura hindù, musulmana e buddhista. «Sì, è così. Dall'Occidente abbiamo importato la criminalizzazione degli omosessuali, quel sentimento omofobico che è alla base dello stesso articolo 377. Precedentemente, però, i testi indiani, in sanscrito e persiano, non erano omofobici». Ossia, "gay è bello" valeva prima dell'arrivo degli inglesi? «No, non è proprio così. Prima dell'arrivo degli occidentali esisteva un dibattito sull'omosessualità, che tuttavia non era considerata un crimine. Lo ritroviamo in tutta una serie di testi antichi. Dibattito non significa omofobia. Non significa chiusura, ma apertura». Professor Kidwai, come si sente oggi? «Sono felice. Tanto felice. E sono emozionato. L'India ha cambiato passo. È una gioia grande». Questo articolo ha ricevuto 170 visite.
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