 |
| Stonewall, la rivolta dell'orgoglio omosex |
 |
| Dopo quarant'anni, Obama ha celebrato quel giorno con i leader gay alla Casa Bianca |
 |
| Domenica 28 Giugno 2009 |
| di Il Riformista |
| in Mondo |
|
 |
|
di Ferdinando Cotugno
Erano le prime ore del 28 giugno del 1969, esattamente quaranta anni fa, quando al Greenwich Village di New York scoppiarono i moti di Stonewall, la rivolta spontanea che diede il via al movimento per i diritti omosessuali negli Stati Uniti. I gay pride di ieri e oggi celebrano in tutto il mondo questa ricorrenza, così significativa da spingere Barack Obama a dichiarare giugno il mese dei diritti Glbt (gay lesbian bisexual and transgender).
Stonewall Inn era il nome di un gay bar del Village, un postaccio gestito dalla mafia, dove con tre dollari si poteva ballare tra uomini o tra donne, bevendo drink annacquati a poco prezzo. Essere omosessuali a New York non era vietato. Era tollerato. Spesso, non sempre. Regolarmente la polizia faceva irruzione nei locali della comunità gay, metteva tutti i presenti al muro, li identificava, arrestava i più eccentrici, le drag queen, le donne che non indossassero almeno tre capi di abbigliamento tipicamente femminili. Fino alla notte tra il 28 e il 29 giugno del '69, questi raid erano visti come la grandine: qualcosa di inevitabile. Da sopportare stoicamente. In fondo, loro erano la forza pubblica e non c'era un movimento organizzato in grado di protestare, ribellarsi. C'erano i movimenti di massa femministi, pacifisti, per i diritti degli afroamericani, non per gli omosessuali. Harvey Milk sarebbe diventato il primo politico gay eletto a una carica pubblica soltanto 9 anni dopo. La situazione, per quanto riguardava la libertà sessuale, negli Usa non era troppo diversa da quella di molti stati del Patto di Varsavia. Il sindaco della Grande Mela più feroce contro qualunque deviazione pubblica dall'omosessualità - Robert F. Wagner Jr. - era un democratico. L'associazione di supporto gay più credibile, la Mattachine Society fondata dall'ex militare omosex Frank Kameny, aveva ottenuto - facendo lobby politica da Washington - una diminuzione delle irruzioni dal successore di Wagner Jr. John Lindsay (repubblicano).
Quella notte tutto cambiò, senza un motivo apparente. Una spiegazione sta nella dinamica degli eventi: fu probabilmente la lentezza dei poliziotti a portare via gli arrestati e l'alcol sequestrato (la legge alla base di questi raid vietava infatti di servire alcolici in situazioni che potessero generare una «condotta disordinata») a dare il tempo ai presenti, ai passanti, a chiunque fosse nei paraggi, di capire che era «ne avevano abbastanza, di tutto quello schifo», come spiegò Michael Fader, uno dei protagonisti della rivolta. All'improvviso, i sei poliziotti che avevano condotto l'operazione si trovarono circondati da duecento, trecento e poi seicento persone del quartiere. Qualcuno intonò «We shall overcome» ("prevarremo noi"), c'era chi urlava, finalmente, «Gay Power». Poi si diffuse la voce che la polizia stava arrestando tutti a causa di una tangente non pagata. «Diamogliela noi, la mazzetta», cominciarono ad urlare quelli che erano stati cacciati dal bar. E giù di monetine, e dalle monete si passò alle bottiglie, e dalle bottiglie all'assalto del cellulare della polizia.
«Non fu una dimostrazione organizzata» ricorda un'altra testimonianza, raccolta nell'Encyclopedia of Lesbian, Gay, Bisexual, and Transgender History in America di Mark Stein: «Chiunque fosse in quella folla sentiva che non si tornava più dietro. Era l'ultima goccia, il momento di rivendicare qualcosa di cui eravamo sempre stati privati. Sentimmo, quella notte, che l'unica libertà che ci era concessa era quella di esigerla, la libertà». Quarantacinque minuti con la storia di sempre per una volta rovesciata: erano i gay di New York ad assediare la polizia, che nel frattempo si era barricata proprio nello Stonewall Inn. Dalla centrale arrivarono i soccorsi per le forze dell'ordine: la Tactical Police Force, artiglieria pesante. Alle quattro di quel mattino, la rivolta era stata sedata. Tredici arresti, quattro feriti. Ma l'impatto andò molto al di là di questi numeri. «C'era elettricità nell'aria», voglia di ribellarsi ancora. La sera del 28 giugno, molta più gente si trovò allo Stonewall Inn. Si aggregarono gli studenti politicizzati della Columbia University, le Black Panter, tutti quelli che avevano letto della rivolta sul New York Times, o sul Post, o ne avevano saputo dal passaparola cittadino. Ancora provocazioni, ancora incendi, ancora rivolte, ancora la cariche della Tactical Police Force. C'era anche Allen Ginsberg, che si divertì un mondo: «Gay Power! Non è fantastico? Finalmente questi ragazzi non hanno l'aria da cani bastonati che avevano i froci dieci anni fa». Dopo altri tre giorni di moti, i rivoltosi si riunirono nel Gay Liberation Front, che mutuò parole d'ordine e metodi organizzativi dalla New Left e dalle Black Panther. Gli anni Sessanta, alla fine, erano arrivati anche per gli omossessuali.
A dare la dimensione del cambiamento generato da Stonewall è proprio Frank Kameny, che prima di quel 28 giugno era il principale attivista gay del paese: «Quando abbiamo picchettato Washington per chiedere diritti, eravamo in undici, e non avevamo nemmeno pensato di chiamare la stampa». La rivolta di Stonewall ha per sempre cambiato le rivendicazioni e le strategie del movimento gay, di fatto fu creato e plasmato da quella notte al Greenwich Village. Nel primo anniversario di Stonewall, il primo Gay Pride della storia degli Stati Uniti fu celebrato contemporaneamente a New York, Chicago e Los Angeles. Nella città che aveva dato la scintilla al movimento, la manifestazione si estendeva per 15 isolati. Un successo inimmaginabile. Nell'anno successivo a Stonewall, nacquero 64 organizzazioni gay nel paese, in due anni si moltiplicarono fino a diventare 2500. Dopo qualche anno ancora, i Gay Pride sono arrivati in Europa e nel mondo.
In questi quarant'anni, i gay d'America hanno subito ma anche affrontato l'Aids, perso la battaglia sulla Proposition 8 in California per i matrimoni tra coppie dello stesso sesso, ma ottenuto questo diritto in altri sei Stati. Oggi, Barack Obama ha invitato alla Casa Bianca gli attuali leader del movimento, per festeggiare l'anniversario. L'agenda elettorale del Presidente degli Usa era particolarmente gay friendly. Ma ora gli stessi leader che andranno all'incontro di Washington lamentano che di fatti, finora, se ne sono visti pochi, come sottolinea Jennifer Crisler, capo del Family Equality Council: «I simboli vanno bene, ma da soli non bastano». Qualcosa però si è mosso proprio nelle ultime settimane: l'equiparazione, per i diritti dei lavoratori federali, delle coppie dello stesso sesso a quelle eterosessuali.
E lo Stonewall Inn? Chiuse qualche anno dopo le rivolte, furono gli stessi omosessuali a boicottarlo, per togliere la gestione dei locali della comunità dalle mani della mafia. Nel corso degli anni 70 e 80, quell'edificio ha ospitato una tavola calda, un ristorante cinese, un negozio di scarpe. Chi vi entrava/passava spesso era ignaro di trovarsi al cospetto di un luogo carico di tanta storia e tanti significati. Fino al 1995. È stato un film, Stonewall di Nigel Finch, a rilanciare l'interesse per l'Inn, che, pur avendo da allora cambiato gestione un paio di volte, è tornato alla comunità che l'aveva reso un pezzo di storia degli Stati Uniti. Nel febbraio del 2000 quello che era un bar reietto e sotto assedio è anche entrato nell'elenco dei National Historic Landmark, la lista dei siti storici più importanti d'America. Proprio come la Statua della Libertà, Fort Knox e il Monte Rushmore. Questo articolo ha ricevuto 445 visite.
|
|
 |
|
| APPUNTAMENTI |
 |
|
|
|