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| «La poesia può cambiare il mondo» |
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| Carol Ann Duffy, prima donna nominata poeta di corte nel Regno Unito, è impegnata sul fronte delle pari opportunità |
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| Martedì 26 Maggio 2009 |
| di Il Sole 24 ore |
| in Mondo |
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di Nicol Degli Innocenti
LONDRA - «La prima responsabilità di un poeta è il linguaggio, materia prima, base ed essenza della sua arte. La seconda è l'ispirazione, l'immaginazione,il talento,preziosi beni da tutelare. Ma esiste anche una responsabilità sociale di chi vive scrivendo versi». Di questo è convinta Carol Ann Duffy, scozzese, 54 anni, appena nominata Poet Laureate, poeta di Corte, dalla Regina Elisabetta II.
La prima donna a ottenere il prestigioso incarico, assegnato per la prima volta da Re Carlo II a John Dryden nel lontano 1668 e da allora sempre e solo concesso a un uomo. Duffy ha accettato il ruolo per cambiare il mondo e non solo il mondo della poesia. Pur docente all'Università di Manchester, titolare del corso di scrittura creativa, si sente lontano mille miglia dalle torri d'avoriodel mondo accademico e crede alla poesia non solo come fine ma anche come mezzo per trasformare la società dall'interno.
Per questo invece di schernire l'anacronismo del poeta di Corte chiamato a comporre versi per il compleanno della regina o il matrimonio dell'erede al trono, vede nella continuazione di questo ruolo «il riconoscimento che la poesia è vitale a quello che la Gran Bretagna è stata, cosa è ora e cosa potrebbe diventare».
L'incarico prevede uno stipendio annuo di circa 5mila euro, che Duffy ha già devoluto per creare un premio per il migliore libro di poesie, e l'omaggio di una botte di sherry, circa 600 bottiglie di vino aromatico dalle cantine della regina, che invece ha «accettato subito».
Il suo obiettivo è fare da "cavallo di Troia" nell'establishment per inserire più poesia nel curriculum scolastico, insegnare versi ai bambini fin dalle elementari, partendo dalle rime più semplici, per instillare l'amore per la musicalità del linguaggio, il desiderio di plasmare le parole come fossero creta. Utilizzando anche il senso dell'umorismo, sempre presente nelle sue poesie.
Chiamatela donna poeta, non poetessa, termine che lei respinge come antiquato e paternalistico. «Quando ho iniziato a scrivere negli anni Settanta – ricorda – la poesia in Gran Bretagna era dominata da uomini maschilisti che con tono accondiscendente chiamavano le donne poetesse. Nelle antologie almeno il 90% dei versi era scritto da uomini». Le cose sono cambiate: le donne poeta sono riuscite a conquistarsi un posto centrale nella società. «La questione è chiusa». Però rivela una speranza: «Che conclusi i miei dieci anni venga nominata Poet Laureate un'altra donna e poi un'altra ancora per i prossimi trecento anni».
Poeta non elitaria, femminista senza asprezze, dice di sé: «Sono omosessuale e la mia poesia si inserisce in una tradizione partita da Saffo». Messa alle strette, però, lei rifiuta la definizione di «poeta gay», troppo limitante e auto-ghettizzante. «Se proprio devo descrivermi mi definirei un poeta per la famiglia ». Famiglia in senso contemporaneo, naturalmente, in tutte le sue declinazioni, allargata, mutevole, diversa.
Come la sua: dopo avere vissuto storie d'amore con uomini e avere avuto una figlia, Ella, che ora ha 13 anni, Duffy ha convissuto a lungo con una donna. «Essere madre –conclude – è il ruolo centrale della mia vita». Questo articolo ha ricevuto 254 visite.
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Cultura
Mercoledì 26 Luglio 2006
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di Un lettore di Gaynews.it
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