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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Santa Johanna salva l'Islanda
Santa Johanna salva l'Islanda
Debito pubblico alle stelle. Disoccupazione. Banche e governo in crisi. Ora la piccola isola del Nord si affida a una donna. Gay e di sinistra da Reykjavik
Venerdì 06 Febbraio 2009
di L'Espresso
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È stato il chiasso delle pentole a vincere. Più forte di quello della crisi, della delusione, della rabbia della gente scesa in piazza, coperchi e mestoli alla mano. A suon di piatti è caduto il governo conservatore, al potere da 18 anni. La Rivoluzione dei Tegami ha vinto. Al lavoro, da qualche giorno, c'è già un nuovo esecutivo, una coalizione tra l'Alleanza socialdemocratica di centrosinistra e il movimento dei Verdi, appoggiati dal Partito progressista.



"Il primo governo apertamente gay al mondo", ha annunciato con orgoglio una radio islandese, perché il primo ministro, Johanna Sigurdardottir, 'Santa Johanna', come la chiamano i suoi elettori, non solo è la prima donna al governo in Islanda, ma è anche la prima a governare dopo essersi dichiarata omosessuale. Le sue tendenze sessuali non influenzano il suo tasso di gradimento che è salito fino al 73 per cento. Sarà lei a dover affrontare la crisi che ha spezzato la piccola isola del Nord, una volta roccaforte del benessere e dell'economia che funzionava. Dovrà anche convincere i manifestanti a riporre pentole e tegami nelle credenze di casa.



Gli islandesi non sono stati mai particolarmente attivi nelle manifestazioni, ma la crisi ha trasformato e agguerrito la classe media che, compatta, è scesa in piazza per protestare contro politici e banchieri. Non era accettabile che un intero Paese fosse stato rovesciato e che i potenti, dal governo alla Banca centrale, fino alle autorità finanziarie, fossero ancora al loro posto. I leader, per la gente, dovevano assumersi le proprie responsabilità.



All'inizio il governo si è ben guardato dal fare qualcosa, ma l'aumentare della protesta intorno al Parlamento non ha lasciato scelta. Quando alle anziane signore con pentole e tegami si sono mescolati minacciosi giovani incappucciati, la pressione, diventata insopportabile, ha costretto prima il ministro del Commercio a dimettersi. Poi l'intero governo, sostituito con uno di transizione, quello della socialdemocratica Sigurdardottir, in attesa delle elezioni previste per il 25 aprile.



Nel frattempo si continua a vivere in quell'incubo finanziario che da un anno ha colpito l'Islanda. Il futuro è nelle mani di 'Santa Johanna', 66 anni, due figli over 30, un ex marito banchiere, un passato di hostess e sindacalista del personale di volo. Poi, la svolta politica e sessuale: una vita pubblica trentennale con i socialdemocratici (ha guidato per tre volte il parlamento , è stata diverse volte ministro degli Affari sociali e sempre in prima linea nelle battaglie civili) e una vita privata mai ostentata, ma neanche nascosta, con Jonina Leosdottir, giornalista con la quale vive dal 2002 in una 'convivenza registrata', dato che i matrimoni gay in Islanda non sono ancora del tutto riconosciuti, anche se la legge ne tutela quasi tutti i diritti.



"Cambieremo il consiglio della Banca centrale che ci ha lasciato questa drammatica eredità", ha detto la Sigurdardottir, "e vareremo un comitato per valutare l'entrata nell'Unione europea". Quest'ultima ha già offerto una possibile apertura per il 2011 con tanto di corsia preferenziale.



All'inizio della crisi, parole come disoccupazione e recessione sembravano prive di significato, ma è bastato poco perché fosse chiaro a tutti che qualcosa di tremendo stava accadendo. Bastava dare un'occhiata alle code negli uffici di collocamento che ogni giorno si ingrossavano. Prima del collasso finanziario, la disoccupazione in Islanda non esisteva, il paese era stato per anni in costante e crescente boom economico.



"Quando le banche sono fallite e il mercato immobiliare è rimasto congelato, si è pensato che gli effetti negativi fossero limitati a quei settori", spiega Andres Ingi Jonsson, un giovane giornalista del quotidiano islandese '24-Stundir' che ha chiuso i battenti non appena è scoppiata la crisi: "È sorprendente la velocità con cui si è verificato l'effetto domino. Tutto è crollato. La spesa è andata giù, le importazioni sono crollate perché la valuta ha subito un vero e proprio collasso e commercianti e rivenditori si sono trovati in difficoltà". Con un mercato del credito sottosopra e un mercato immobiliare congelato, broker e operatori finanziari hanno perso il lavoro. Case ed edifici sono stati abbandonati costruiti a metà, interi quartieri non ultimati sono diventati realtà sempre più frequenti, mentre intere cittadine hanno cominciato a sembrare città fantasma. Costruttori e imprenditori edili sono rimasti senza lavoro. Di conseguenza anche i negozi che rifornivano l'industria edile sono falliti. Senza contare gli ingegneri e gli architetti. "Nel giro di due settimane, alla maggior parte degli architetti islandesi è stato dato un preavviso di licenziamento di tre mesi", racconta Vala Olof Jonasdottir, un architetto di Reykjavik che lo scorso gennaio ha ricevuto l'ultima busta paga. "Pare che per alcuni anni l'intero settore dell'edilizia si prenderà una lunga pausa", aggiunge perplessa.



Sembra trascorso un attimo da quando i salari islandesi crescevano e la gente chiedeva aumenti di stipendio. Dopo il collasso dello scorso ottobre, tagliare i salari è diventata una consuetudine. Del 10 o anche del 15 per cento. Aggiungendo un'inflazione a due cifre, il potere di acquisto si è volatilizzato. Persino l'immigrazione si è ribaltata: i lavoratori stranieri non vengono più in Islanda, ma sono pronti a fare le valigie, a lasciare quello che fino a ieri era un paradiso. L'Islanda era definita il miglior paese al mondo nel quale vivere. Occupava la prima posizione dell'Undp's Human Development Index (Indice di sviluppo umano dell'Undp).



Oggi l'Islanda ha dovuto chiedere aiuto al Fondo monetario internazionale e ha dovuto accettare piani di risanamento al 18 per cento di tasso di interesse.



Ma in Islanda insieme all'incertezza cresce anche la consapevolezza. È diventata un'abitudine partecipare alle manifestazioni che vengono organizzate settimanalmente o frequentare riunioni nel proprio comune. Dopo aver perso il senso di sicurezza, il Paese sembra essere entrato in una nuova fase. Dopo il dolore e la rabbia, ora la gente si chiede come si sia potuto permettere alle banche di diventare 12 volte più grandi rispetto alle dimensioni dell'intera economia nazionale. Si chiede come si sia potuta trascinare nel baratro l'intera nazione. E vuole che qualcuno si assuma delle responsabilità.



Ciò non toglie che gli islandesi trovino il modo per farsi beffa di questa crisi, una sorta di ironia glaciale, magari guidando una lussuosa jeep che 'fa molto 2007', cioè quando c'erano i tempi belli. Bere champagne e parlare di Borsa, invece, è fuori moda.



Nel periodo di Natale, il regalo più gettonato, è stato il 'Crisis Game', un gioco da tavolo stile Monopoli ma incentrato sulla crisi finanziaria. Scopo del gioco è quello di essere il primo ad accettare le responsabilità e farsi da parte, un po' come gli islandesi vorrebbero che facessero i propri leader. Prima di uscire dal gioco, i partecipanti devono entrare in possesso di un aereo privato, creare una società e procedere fino al fallimento.



Nella nuova Islanda tutto ciò che è di seconda mano e fatto in casa è diventato un cult. Bryndis Alexandersdottir, madre di tre figli, ha perso il lavoro alla Landsbankinn Bank. Ha optato per il cucito e la maglia come molte altre donne islandesi. Suo marito ha fatto provviste di 'slátur', la tradizionale salsiccia di fegato islandese, uno dei cibi più economici fra quelli preferiti nell'Islanda di questi giorni. La slátur è lunga da preparare, ma in attesa di tempi migliori, è piacevole da mangiare nei bui e freddi inverni islandesi.



traduzione di Rosalba Fruscalzo



Disastro perfetto



Secondo l'Oecd (Organizzazione per



la cooperazione e lo sviluppo economico)



in Islanda la flessione economica



è particolarmente grave. Quest'anno l'economia subirà una contrazione del 9 per cento, la cifra più elevata al mondo. Tutto è cominciato alla fine di settembre, quando si è capito che le tre banche principali d'Islanda non sarebbero state in grado di assicurare il denaro necessario a rifinanziare i loro prestiti. Il 6 ottobre la svolta: il Parlamento ha approvato una legge di emergenza che ha permesso al governo di assumere il controllo legale delle banche. Gli effetti della crisi bancaria si sono diffusi rapidamente. La valuta islandese (la krona) è precipitata e dall'inizio dell'anno scorso ha perso oltre la metà del suo valore.



Il tasso di disoccupazione in soli due mesi tra ottobre e novembre è più che raddoppiato e fra dicembre e gennaio è ulteriormente cresciuto. Prima della crisi, il tasso di disoccupazione in Islanda era meno dell'1 per cento: si stima che a Maggio sarà del 10 per cento. L'Islanda dovrà chiedere prestiti all'estero, per esempio al Fmi (Fondo monetario internazionale), per tentare di uscire da questa crisi, trasformando il Paese in uno fra i più indebitati al mondo. Per lo stesso Fondo monetario la crisi islandese è una 'bufera perfetta', con famiglie e società che si trovano ad affrontare



una combinazione di vari choc, dal cambio



di valuta all'inflazione. Vista la debolezza della valuta islandese, i prezzi sono drasticamente scesi per chi si reca



in Islanda. Da quanto è iniziata la crisi,



è stata esercitata una crescente pressione



sui politici islandesi perché decidano



di chiedere di entrare nella Ue. Per molti islandesi la crisi finanziaria sarebbe stata meno drammatica se un piccolo paese



di sole 300 mila persone avesse fatto parte dell'Unione europea e avesse adottato l'euro in tempi non sospetti. S. V. J.



Due anni di lacrime e sangue

colloquio con Silja Bara Omarsdottir

di Sigridur Vidis Jonsdottir



"È improbabile che gli islandesi nel prossimo futuro riescano a tornare a uno stile di vita simile



a quello a cui erano abituati".



La previsione pessimistica è



di Silja Bara Omarsdottir, docente di scienze politiche alla Università d'Islanda di Reykjavik, una



delle studiose più affermate



e conosciute del Paese. La Omarsdottir punta l'indice contro il precedente governo: "Il crollo non era del tutto inaspettato



come i politici hanno cercato di far credere all'opinione pubblica. Visto che è stato difficile ottenere informazioni negli ultimi quattro mesi, la gente ha avuto l'impressione che non sia stata detta la verità e la situazione attuale dimostra che tale impressione era esatta". Cita anche, la studiosa, una lezione tenuta alla University of Iceland, lo scorso maggio dal professor Danielsson, economista della London School of Economics: "Disse che l'Islanda sarebbe stato il primo paese industrializzato a venir colpito dalla crisi finanziaria e che con molta probabilità avrebbe subito un forte colpo. Nessuno ha tenuto conto del suo avvertimento". La Omarsdottir critica anche la politica monetaria perseguita dalla Banca centrale: "Non è stata efficace e non



ha avuto effetti sul processo



di ripresa della króna, la valuta islandese". Quando al futuro, "il nuovo governo avrà il suo bel da fare nel tentare di negoziare un accordo con il Fondo monetario che permetta al governo e alla Banca centrale di abbassare



i tassi di interesse e aiutare



gli islandesi a sopravvivere per



i prossimi due anni". Eppure, assicura, le regole che avrebbero permesso di far funzionare



il sistema c'erano, solo non sono state rispettate: "Come membro dell'Area economica europea, l'Islanda ha tutte le norme bancarie di tutela della Ue. Ma il governo di destra non è riuscito a farle funzionare e ad assicurare



al Paese di essere all'altezza



delle proprie garanzie in caso



che qualcosa fosse andato storto"



Ora tocca al governo di minoranza di centrosinistra affrontare



la grave situazione. Per la Omarsdottir il nuovo esecutivo "deve indirizzare i debiti islandesi verso una serie di paesi europei più grandi e potenti. Sarà necessario stabilire velocemente un ordine di priorità per non perdere la fiducia degli islandesi né la timida speranza di una possibile risalita da una situazione tanto delicata". Certo, "un rapporto più stretto con l'Unione europea può rappresentare una sorta di protezione per la valuta islandese, ma difficilmente potremo ritornare in breve tempo al benessere del passato".

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