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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Usa, la giornata senza gay «Nessuno vada a lavorare»
Usa, la giornata senza gay «Nessuno vada a lavorare»
Il 10 dicembre per le nozze e l'uguaglianza dei diritti
Lunedì 24 Novembre 2008
di Corriere della Sera
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«Tutti vedranno quanto siamo importanti nella società»

All'indomani della vittoria di Obama, gli omosessuali sono i grandi sconfitti della sinistra americana: «Ci ha scaricati»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK — Il prossimo 10 dicembre, in concomitanza con l'International Human Rights Day delle Nazioni Unite e con l'assegnazione del Nobel per la pace ad Oslo, milioni di uomini e donne gay si asterranno dal lavoro. Dal loro sito

Daywithoutagay.org, gli organizzatori del «Day without a gay», una giornata senza gay, hanno invitato le minoranze sessuali americane a protestare contro il referendum che lo scorso 4 novembre ha reso illegale il matrimonio tra coppie dello stesso sesso in stati quali California, Arizona, Florida e vietato le adozioni alle coppie omosessuali in Arkansas. Facendo retrocedere di anni il movimento per i diritti dei gay.

Si tratta di una mobilitazione pacifica — invece di stare a casa, gli scioperanti doneranno il loro tempo a varie cause umanitarie — promossa dal columnist del Los Angeles Times Joel Stein ed ispirata a «Day without art», che nel 1989 oscurò oltre 600 tra musei e gallerie Usa per sensibilizzare l'opinione pubblica sul dramma dell'Aids, e al «Day without immigrants», che il primo maggio di due anni fa mise letteralmente in ginocchio l'economia americana.

«I gay debbono astenersi dal lavoro, dalla scuola e dallo shopping — teorizza Stein — per dimostrare quanto sono cruciali per la società americana ». A dar retta alla blogosfera, l'adesione sarà massiccia.

All'indomani della storica elezione che, oltre all'ascesa del primo presidente afro-americano, ha visto la conquista democratica di entrambi i rami del Congresso, i gay sono gli unici grandi sconfitti della sinistra americana.

La loro frustrazione è palpabile. «Siamo stati traditi dalla comunità afro-americana», punta il dito un attivista gay in una lettera al quotidiano Sacramento Bee, spiegando di essersi risvegliato, il 5 novembre, «scoprendo di essere diventato un cittadino di seconda classe». «E' un'ironia amara — lo incalza un altro — che nella stessa elezione in cui la comunità afro-americana celebra l'ascesa di uno dei loro alla Casa Bianca, il 70% dei neri ha votato con mormoni e cattolici per legalizzare la discriminazione contro un altro gruppo di cittadini». Martin Luther King Jr. sarebbe inorridito. «Il suo miglior amico, mentore e consigliere era Bayard Rustin — ricorda la rivista The Advocate — l'uomo gay cui affidò senza timore anche la cura dei propri figli». Ma l'indignazione di tanti leader gay è personale. «Abbiamo lavorato instancabilmente per Obama, versando milioni di dollari nelle sue casse — teorizzano su siti quali queersunited.blogspot. com — e poi siamo stati i primi che ha scaricato».

Molti di loro non hanno mandato giù che, dopo aver promesso in campagna elettorale di abrogare il veto all'accesso dei gay nell'esercito, Obama abbia rimandato il tutto al 2010 «per creare consenso tra i vertici delle forze armate». Ciò significa proseguire col famigerato compromesso del «Non chiedere, non dire» varato da Bill Clinton, che obbliga i militari a tacere sulla propria sessualità, pena l'espulsione (circa 12.500 soldati sono stati costretti ad andarsene).

Anche se il «Day Without a Gay» rischia di mettere in imbarazzo sia Obama sia il partito democratico, a bocciare l'iniziativa è il più autorevole sito conservatore gay del paese. «Abbiamo perso, punto e basta», commenta il GayPatriot, ironizzando che, per protestare dopo la sconfitta elettorale «anche i leader repubblicani potrebbero avere la malaugurata idea di indire un "Day without Republicans" ».

Alessandra Farkas

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