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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Scene di caccia al Sarajevo Queer festival
Scene di caccia al Sarajevo Queer festival
Proteste dei musulmani al grio di «morte agli omosessuali»
Lunedì 06 Ottobre 2008
di Il Manifesto
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di M. Bo.

SARAJEVO - Doveva essere una notte colorata e diversa quella del 24 settembre scorso, a Sarajevo. Si è trasformata in un incubo per circa 300 partecipanti alla serata inaugurale del primo Queer Sarajevo Festival. Prima insultati e assediati fin sulla porta dell'Accademia di Belle Arti, sede dell'evento, poi aggrediti fisicamente, picchiati a sangue, inseguiti. Almeno quindici i feriti, il più grave ricoverato in ospedale.

Secondo le testimonianze raccolte, più di un centinaio di giovani musulmani wahabiti, dalle lunghe barbe, incluse alcune donne in chador, si erano radunati già dal pomeriggio sull'altra riva della Miliatcha, davanti all'Accademia, in pieno centro. Gli slogan più gridati erano «morte agli omosessuali» e «vi prenderemo a calci». Eppure alle 19.30, ora dell'apertura del festival, di fronte all'Accademia c'erano solo 15 poliziotti, inadeguati sia a controllare la situazione che a identificare i provocatori.

Tutto questo era più che prevedibile. Da settimane il festival era bersaglio degli attacchi violenti del giornale Dnevni Avaz, il più diffuso e ricco del paese, fondato nel 1995 da Fahrudin Radoncic, un giornalista bosgnacco nato nel sangiaccato, in Serbia. La testata di Avaz domina la città dai 174 metri del grattacielo «Avaz business center», di proprietà della omonima casa editrice, appena costruito nel quartiere di Marindvor, a sovrastare il giallo e quadrato edificio dell'Holiday Inn.

Da tempo dunque manifesti nelle strade, alle fermate degli autobus, sui finestrini della «Sarajevo taxi», chiamavano al boicottaggio. Citando malamente il corano sostenevano che organizzare questo festival durante il mese di Ramadan era un insulto a tutti i musulmani di Bosnia (bosgnacchi). Il sindaco di Sarajevo, signora Semiha Borovac (del partito nazionalista bosgnacco «storico» Sda, quello di Izebegovic), ha fatto appello affinchè la manifestazione fosse rimandata a dopo il Ramadan. Identica omofobia da parte dei partiti dell'entità serbo-bosniaca. Rajko Vasic, segretario del Snds di Milorad Dodik, afferma: «E' un comportamento innaturale, una deviazione». Amila Alikadic Husovic, deputata al parlamento di Stranka za BiH (il partito di Haris Silajdzic) e direttore della clinica oculistica di Sarajevo, dice che «questa malattia va curata per evitare la sua diffusione», e che «questo tipo di deviazione psicologica non è tipica della nostra mentalità».

Opinioni condivise con ogni evidenza anche in Serbia. Solo due giorni prima, a Belgrado, il Queer festival (già alla quinta edizione, così come quello di Zagabria) è stato attaccato da militanti del gruppo ortodosso clerico-fascista serbo Obraz («onore»). Uno degli aggressori era stato arrestato.

A Sarajevo solo poche voci hanno parlato altrimenti. Boris Kozenskjin, portavoce della comunità ebraica di Sarajevo, ha sostenuto la necessità di fare subito una legge contro tutte le discriminazioni, che implicherebbe un maggiore rispetto per le minoranze, sia religiose sia sessuali. Il regista Denis Tanovic (premio oscar con No man's land), ha protestato contro le dichiarazioni discriminatorie di politici e religiosi bosniaci.

Dal 1996 in Federazione BiH e dal 1998 in Republika Srpska (le due entità costitutive la Bosnia Erzegovina) essere gay non e più reato, ma l'omosessualità rappresenta un tabù talmente forte che essere riconosciuti colpevoli di corruzione o di omicidio è considerato meno grave che dichiararsi omosessuali. Tre anni fa usciva Go West, film del giovane regista bosniaco Ahmed Imamovic,che raccontava la storia d'amore tra due uomini, un serbo e un musulmano, nella Sarajevo assediata. Suscitò reazioni violentissime, incluse minacce di morte per il regista. L'attacco al Sarajevo Queer festival testimonia di una omofobia diffusa e radicata.

Amnesty International ha duramente condannato l'uso di un linguaggio omofobo da parte dei media e dei politici bosniaci. Ieri, nel giorno del silenzio pre-elettorale, un piccolo gruppo di cittadini ha manifestato contro le violenze e soprattutto contro il silenzio delle autorità.

In una intervista precedente agli incidenti, Svetlana Durkovic, portavoce di «Q», l'associazione per i diritti degli omosessuali che ha organizzato il festival, diceva che l'appuntamento «è diventato ormai materia di difesa dei diritti umani e dello stato laico dove politica e religione devono rimanere separati. Si tratta di difendere il diritto alla libertà e alla sicurezza».

Aggiungeva: «Non ci lasceremo intimidire dalle azioni degli estremisti religiosi». Ma, dopo gli incidenti, il programma del Sarajevo Queer festival è stato sospeso - e le attiviste di Q vivono nascoste, per le continue minacce di morte.

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