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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Colombia, la silenziosa strage dei gay
Colombia, la silenziosa strage dei gay
Gli omicidi si concentrano nella capitale e nella valle della Cuaca, dove agiscono impuniti i paramilitari
Lunedì 01 Settembre 2008
di Corriere.it
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Sono 67 gli omosessuali uccisi in due anni: e i delitti restano irrisolti

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Rolando Pérez giaceva riverso in una pozza di sangue, la testa massacrata a martellate, nella sua casa, a Cartagena. Aveva 43 anni, e un «difetto»: era gay. Sarebbe questo il «movente» del delitto di questo professore universitario stando ai referti della polizia colombiana: «Tutto indica che il movente è assolutamente passionale perché questo cittadino conduceva una vita disordinata, era promiscuo e, nella sua condizione di omosessuale, aveva molti partner», andava via deciso il colonnello Carlos Mena Bravo. Quanto all'identità dell'aggressore, le indagini puntano, manco a dirlo, «a qualcuno dei suoi compagni omosessuali», precisava nel suo rapporto l'agente. E' passato più di un anno da quelle dichiarazioni ma l'assassino di Pérez resta senza volto.



Nessuna traccia nemmeno di chi ha finito brutalmente Mária Luisa Perea: lesbica, è stata ritrovata la mattina presto del 19 dicembre scorso con il volto tumefatto, seminuda, dentro uno stadio di calcio, il corpo che ancora parlava dello stupro subito prima dell'ultimo respiro. A cento metri di distanza, quindici giorni dopo, è toccato ad Andrea Anguacho, giovane trans di 29 anni, «bella di notte» con il cranio fatto a pezzi. E poi un suo collega noto nella cerchia come «La Luisa Fernanda». È lungo l'elenco dei «diversi» uccisi misteriosamente negli ultimi anni in Colombia: almeno 67 tra il 2006 e il 2007 secondo il rapporto di Colombia Diversa, Ong attiva nella difesa dei diritti di gay, lesbiche, bisessuali e trans (la categoria più colpita).



Le 356 pagine dello studio sottolineano che gli omicidi si concentrano nella capitale, Bogotà (13) e nella regione sudorientale della valle del Cauca (29), zona contesa tra la guerriglia e i paramilitari, «culturalmente allergici» ai «diversi» e passati tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 alla conquista di quest'area, una delle regioni economicamente più dinamiche del Paese, con le sue coltivazioni di droga e il suo porto sul pacifico, Buenaventura. Qui quest'anno le vittime gay sarebbero già 22. «Questi delitti restano impuniti, mancano indagini serie da parte delle autorità» dichiara al Corriere Marcela Sanchez, direttrice esecutiva della Ong. Poi alza il tiro: «Le aggressioni agli omosessuali non avvengono soltanto per mano di semplici cittadini, ma sono spesso commesse da polizia, istituzioni educative, su su fino allo stesso governo».



La cosa più preoccupante per lei è che questi crimini vengono spesso liquidati come passionali: «Questo contribuisce non soltanto a sviare le indagini ma anche a spiegare una condotta criminale in modo banale come perdita di controllo dovuta a relazioni emotivamente molto disturbate». Nel rapporto si mette in luce come la polizia spesso abusi del suo potere: se vede una coppia omosessuale che si abbandona a effusioni in uno spazio pubblico, scatta l'arresto (arbitrario) oppure botte e insulti omofobici. «Non ci sono differenze fra il trattamento riservato ai gay nei campi di concentramento di Hitler e il modo in cui sono trattati nelle carceri colombiane. Da entrambe le parti subiscono violenze e finiscono ammazzati» - ha denunciato sul quotidiano di Bogotà El Espectador Gina Parody, senatrice che ha presentato un progetto di legge che riconosce alle coppie omosessuali (300 mila in Colombia) pari diritti rispetto a quelle etero. Una legge fermata in extremis lo scorso giugno, quando entrambe le Camere del Congresso colombiano l'avevano approvata, ma alla fine il Senato non l'ha ratificata.



Una tensione mai risolta, intrecciata con la crisi aperta in Parlamento dallo scontro tra il presidente Uribe e la Corte suprema, che sta indagando sulle infiltrazioni dei gruppi paramilitari e ha già mandato in carcere una trentina di parlamentari vicini al governo. «Nessuno finora ha mai avuto il coraggio di andare fino in fondo: quando qualcuno ci ha provato è stato ammazzato» osserva amaro Jesús Castañeda, colombiano della valle del Cauca rifugiatosi a Milano tre anni fa dopo che i paramilitari avevano ucciso il suo capo, l'allora direttore del parco di Tayrona.



Alessandra Muglia

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