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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
L'eroe gay caduto in Iraq che divide l'America
L'eroe gay caduto in Iraq che divide l'America
Nel mirino la controversa politica del «non chiedere non dire» per i «diversi» in divisa
Mercoledì 30 Luglio 2008
di Corriere della Sera
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La polemica Alan Rogers per il Pentagono è un simbolo, per i liberal è la fiaccola della campagna per aprire l'esercito agli omosessuali



Il caso è nato quando da un pc del Pentagono è stata modificata la pagina del maggiore su Wikipedia

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK — Per il Pentagono Alan Rogers era un eroe e un patriota modello che ha regalato all'esercito Usa i 18 migliori anni della sua vita tragicamente spezzata il 27 gennaio scorso. Quando il 40enne maggiore saltò in aria su un Humvee in servizio di pattuglia a Bagdad est. Ma per gli attivisti Rogers è il primo soldato gay a morire in guerra. Il simbolo della crociata per aprire ufficialmente le porte dell'esercito ai gay, come vorrebbe Obama, in barba al no del Pentagono e di McCain. La lite sull'eredità morale di questo militare di carriera afro-americano è finita sulle prime pagine dei giornali Usa. Incluso il prestigioso settimanale

New Yorker, secondo cui potrebbe segnare l'inizio della fine per la controversa ed ambigua politica del «non chiedere non dire» varata dall'amministrazione Clinton negli anni '90 per gli omosessuali in divisa.

Quando è morto, il maggiore Rogers è stato sepolto con tutti gli onori: il vice segretario alla Difesa Gordon England partecipò a una cerimonia alla memoria al Pentagono durante la quale un alto funzionario dell'intelligence, Thomas Gandy, definì il militare caduto come «l'ufficiale più di talento che abbia mai conosciuto». Nessuno degli oratori menzionò però il suo orientamento sessuale che, in ossequio alla «Don't ask don't tell», Rogers non rivelò mai ai commilitoni.

E anche sul Washington Post e sulla National Public Radio il suo necrologio sorvolò sulla sua omosessualità, concentrandosi invece sui suoi atti di eroismo e una biografia definita «esemplare ». Figlio di una poverissima «single mom» newyorchese, Rogers fu allevato tra il Bronx e la Florida dai genitori adottivi. Grazie ai fondi scuola dell'esercito, più tardi riuscì a conseguire ben due master e un diploma di predicatore battista che usò sin dalla Guerra nel Golfo per confortare i soldati sotto il suo comando.

Il casus belli è esploso quando, da un computer del Pentagono, un'anonima mano cancellò su Wikipedia la parola gay dalla sua pagina.

Il settimanale gay The Washington Blade accusò il Pentagono di «voler tenere un soldato gay nell'armadio anche da morto». «I tempi sono maturi per raccontare la verità e cambiare le leggi», urla Denny Meyer dalle pagine del giornale online The gay Military Times, «i gay servono nell'esercito dai tempi della rivoluzione».

La polemica infuoca la blogosfera, costringendo il Pentagono a difendersi. «Dobbiamo proteggere la sua eredità morale da chi sta cercando di strumentalizzarla politicamente », ribatte il colonnello Mike Hardy, l'ufficiale incaricato di seguire il dossier Rogers dopo la morte. «Non aveva preso nessuna iniziativa per essere ricordato come soldato gay: ciò sarebbe riduttivo per un gigante come lui». Ma in una lettera scritta poco prima di morire, il maggiore aveva rivelato la sua intenzione di lasciare le forze armate per poter vivere da gay alla luce del sole.

«Era un omosessuale che aveva sottoscritto in pieno i valori dell'esercito ma che aveva scoperto che alla resa dei conti questi valori non funzionavano per lui come persona», dichiara un amico. Nella stessa lettera Rogers designava come eredi testamentari, in caso di morte, due organizzazioni gay. «L'esercito mi ha fornito l'opportunità meravigliosa di realizzare il mio sogno di laurearmi e vedere parti del mondo che conoscevo solo dai libri », spiega. «Il mio unico rimpianto è di non aver mai trovato l'anima gemella con cui invecchiare e insieme alla quale guardare i tramonti ».

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