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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Jamaica. Spudarati ma bigotti liberi ma omofobi
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Sesso, canne e reggae
Venerdì 11 Luglio 2008
di Il Manifesto
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di G.Sal

Un budello di asfalto nel nulla della periferia di Kingston. Notte, lontano le luci del porto. Finalmente uno spiazzo di fango. Intorno casupole diroccate e muri di altoparlanti. Tutto intorno reggae e neri, vestiti come in un video di Mtv, poveri ma in tiro, catene d'oro e anelli, occhiali da sole e cappellini sportivi, gonne molto mini e pantaloncini che esaltano i fondoschiena. Sotto una tettoia il dj scatena la folla, nelle dancehall si parla molto. La musica parte e si stoppa, tanti pezzi in poco tempo. Più se ne suonano meglio è. Il gruppo di bianchi armati di telecamere è venuto per fotografare i neri dei ghetti che ballano, come allo zoo. Sono circondati ai margini della pista di terra battuta, tutti questi neri fanno paura. Il giorno prima, la compagnia di europei in gita al mercato di Kingston è stata cacciata al grido di «dannati bianchi». Qualche attimo di panico, poi il dj grida, «c'è la Bbc italiana». Il ghiaccio si scioglie. Si beve birra, girano venditori di noccioline con cassette sulle teste, un ragazzo con dreadlocks circola con una cima di ganja (marijuana) lunga un metro come se fosse zucchero filato. Ogni sera a Kingston c'è una dancehall, il venerdì va per la maggiore il «dutty friday», il venerdì zozzo. Si chiama così perchè le danze sono felicemente sexy. In modo coordinato ballano gruppi di ragazzi e ragazze, a un certo punto una ragazza a turno si piega con il sedere sull'inguine di un maschio. Lui la monta a ritmo di reggae, la alza, la gira e se la porta alla cintura come se fosse una bambola, la sbatte a terra e la monta ancora e ancora. Poi, come se niente fosse, la saluta e torna nel gruppo. Niente più che un ballo, per quanto scatenato, una recita sessuale più che esplicita ma senza nemmeno un bacetto.

I bianchi rimangono basiti, imbarazzati, e un po' invidiosi. Sono incapaci di vivere il ballo e il sesso con tanta naturalezza. E allora si rifugiano in congetture che li facciano sentire almeno un pochino razza superiore. C'è chi vede nell'esercizio una brutto dominio del maschio sulla donna, insomma una barbarie. Ma in realtà le ballerine sono raggianti. E' così che dimostrano la forza della loro seduzione femminile. Ed è davvero difficile per un uomo bianco guardarle senza subirne l'enorme potenza. Sesso libero e felice dunque? Poi però, dalla consolle il dj grida «Kill battyman» (a morte i gay), «fanculo chi succhia la passerina» e ancora «le donne con la bocca pulita alzino la mano». In Giamaica è un tabù ogni forma di sodomia, omosessuale o eterosessuale, così come ogni forma di rapporto orale. Allora, è vero, sono barbari? Una cultura machista, africana, senza la minima paura del proprio corpo ma al contempo bigotta. Un contrasto irrisolto che spiazza la logica cartesiana dei bianchi: incapaci di ballare come loro, riflettono sbigottiti.

Nelle case le donne sono sottomesse, le violenze domestiche sono all'ordine del giorno. Eppure godono di molte libertà, tutte lavorano, ci sono certamente più donne politiche in Giamaica che in Italia. Anche i malavitosi quando devono pagare, pagano alla donna. Etana è una delle cantanti emergenti dell'isola, quasi femminista, ha cominciato in Florida: «Mi facevano cantare mezza nuda. In Giamaica sono maschilisti, in America però basta spogliarsi per fare successo». Anche i rasta sono maschilisti, le donne mestruate, secondo la religione di Bob Marley, andrebbero isolate. Etana come la mette? «Sono rasta - dice - ma non rispetto queste regole». E poi c'è un altro tipo di donne, le bianche: turiste in cerca del big bamboo dei maschi neri che si prostituiscono. La Giamaica è la mecca del turismo sessuale femminile. Paradossale: il macho giamaicano è in vendita. Le differenze di razza e di soldi contano più delle differenze di genere. In Giamaica sia l'uomo che la donna sono forze della natura, la donna deve essere donna e l'uomo deve essere uomo. Lesbiche e gay sono inconcepibili. Come a Cuba e in tutti i Caraibi. I gay ci sono, anche in parlamento e in tv, ma non si può dire. L'attacco violento ai gay fa parte del linguaggio comune, viene ripreso dai dj e nelle canzoni reggae. «D'altronde anche noi italiani - racconta Maria Carla Gullotta, console d'Italia e presidente di Amnesty International in Giamaica - diciamo vaffanculo senza pensare a ciò che significa. Qui però è dura. In Giamaica solo un gruppo gay è uscito alla luce del sole, hanno un sito internet (jflag.org). Abbiamo lanciato un appello contro l'omofobia nel reggae. Abbiamo fatto anche corsi ai poliziotti, siamo dovuti partire dalle discriminazioni dei neri, e piano piano arrivare alle discriminazioni sessuali». In Europa molti boicottano questi artisti reggae, ma bisognerebbe prendersela con tutta la cultura della Giamaica. Nei dibattiti in tv arrivano commenti di ascoltatori che senza mezze misure dicono: «ognuno può fare quello che vuole, anche i gay. Basta che lascino l'isola». Il reggae dà voce alla realtà da cui proviene.

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