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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Teatro: 'Il caso Braibanti' dal 24 al 26 giugno al Belli di Roma
Teatro: 'Il caso Braibanti' dal 24 al 26 giugno al Belli di Roma
Il testo di Massimiliano Palmese ripercorre con toni da teatro civile la storia dell’artista-filosofo omosessuale Aldo Braibanti, condannato nel ’68 per “plagio” ai danni del suo giovane amante
Mercoledì 22 Giugno 2011
di La redazione di Gaynews
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Dal 24 al 26 giugno 2011 alle ore 21.15 Nuovo Teatro Nuovo e medea.net in collaborazione con napoligaypress.it presentano IL CASO BRAIBANTI di Massimiliano Palmese, con Fabio Bussotti e Mauro Conte. Musiche composte ed eseguite per ance e forma-suono da Mauro Verrone, regia di Giuseppe Marini

Il testo di Massimiliano Palmese ripercorre con toni da teatro civile la storia dell’artista-filosofo omosessuale Aldo Braibanti, condannato nel ’68 per “plagio” ai danni del suo giovane amante Giovanni Sanfratello.

Nell’ottobre del 1964 venne depositata alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia contro il piacentino Aldo Braibanti - ex-partigiano torturato dai nazifascisti, artista, filosofo e mirmecologo - “per aver assoggettato fisicamente e psichicamente” il ventunenne Giovanni Sanfratello. In realtà il ragazzo, in fuga da una famiglia tradizionalista e bigotta, aveva deciso di seguire le sue inclinazioni ed era andato a vivere a Roma con Braibanti. Non riuscendo a separare la coppia, il padre di Giovanni denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di “plagio”. Il processo narrato ne IL CASO BRAIBANTI si aprì il 12 giugno 1968, mentre infiammava la Contestazione, e i giovani di tutto il mondo chiedevano a gran voce più ampie libertà. In molti denunciarono lo scandalo di un processo montato ad arte dalla destra più reazionaria del Paese in combutta con esponenti del clero e della “psichiatria di regime”. Dalle colonne dei giornali in favore di Braibanti intervennero Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia, Umberto Eco, Marco Pannella, Cesare Musatti, Dacia Maraini. Tutti i loro appelli caddero nel vuoto.

“L’Italia non ricorda”, è una delle prime battute che ho dato ad Aldo Braibanti, nel testo che ripercorre la sua vita. Quando mi sono imbattuto nel “caso Braibanti”, citato solo nelle storie del movimento omosessuale italiano, mi è infatti sembrato davvero singolare che di una pagina oscura ma altamente istruttiva della nostra storia si parlasse così poco, e che fosse ricordata solo dai più adulti e da qualche giornalista. Diciamo allora grazie a Wikipedia, che al filosofo, artista e mirmecologo processato per plagio nel '68 dedica una buona scheda, o ai siti specializzati. Internet ha poi reso poi disponibili interessanti articoli di giornale e autorevoli commenti alla vicenda. Prezioso è stato per me il saggio di Gabriele Ferluga, “Il processo Braibanti”, pubblicato nel 2003 da Zamorani editore: la tesi di Ferluga è che quello a Braibanti non fu un processo per plagio, ma un processo all’omosessualità, e a dire il vero molti indizi portano a questa conclusione. Si resta di sasso a rileggere gli interrogatori condotti dagli avvocati, o le arringhe con sprezzanti commenti mormorati a voce bassa. Sono agghiaccianti le dichiarazioni omofobiche dei cosidetti “periti”, per non dire delle cartelle cliniche firmate dagli “specialisti in malattie nervose” dei manicomi dove fu rinchiuso il giovane amico di Braibanti, Giovanni Sanfratello. La mia conclusione è che la lunga inchiesta - quattro anni - e infine il processo a cui fu sottoposto Aldo Braibanti, e con lui Giovanni, furono una vicenda medioevale, degna dell’Inquisizione. Ma la vicenda è indicativa di come in tema di diritti civili e di laicità l’Italia sappia guadagnarsi sempre l’ultimo posto nelle classifiche europee.

IL CASO BRAIBANTI ci racconta infatti come nel ’68, mentre il mondo si trasformava in un luogo meno repressivo, bastò una "cricca" di avvocati, di psichiatri e di preti, per trasformare una storia d’amore in un “Romeo e Giulietta” omosessuale, in cui i padri per punire i figli non esitano a denunciarli di “plagio” o a sottoporli a coma insulinici ed elettrochoc. E, se ancora oggi le stesse cricche politiche, reazionarie e ipocritamente bigotte, si oppongono a una seria legge contro l’omofobia o alle unioni civili per i gay, vuol dire che IL CASO BRAIBANTI non è una pagina del passato ma storia presente che deve ancora farci indignare per darci la forza di continuare a lottare per un futuro meno ingiusto.

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