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Sono passati oltre quarant’anni da quando Susan Sontag scrisse il magistrale Note sul Camp, ma molti non sanno ancora di cosa si tratta. Come nel caso del Borghese Gentiluomo di Molière, che parlava in prosa senza saperlo, tutti sanno cosa è il Camp senza saperlo davvero.
Il Camp è una sensibilità (non un’idea), ma non una sensibilità naturale: è l’amore per l’innaturale, l’artificio, l’eccesso. Ma è anche un cifrario, qualcosa di esoterico, un distintivo di riconoscimento tra piccoli gruppi, scrive la Sontag. Da allora a oggi il cifrario è diventato di massa, accessibile a moltissimi, se non a tutti. Il camp è una particolare forma d'estetismo. Meglio: un modo di vedere il mondo come fenomeno estetico. Facciamo qualche esempio prendendolo dalla Sontag. Sono Camp la regia di Visconti per Salomè, le lampade di Tiffany, gli abiti femminili degli anni Venti (boa di struzzo, vestiti di frange e perline), King Kong. Proviamo ad attualizzare e a mescolare vecchio e nuovo: Oscar Wilde e Madonna; David Bowie e Judy Garland; Fassbinder ed Elton John. E si potrebbe continuare con una lunga lista di scrittori, artisti, registi.
A questo punto è evidente che il Camp ha che fare con il travestitismo nelle sue diverse forme, con la cultura gay, anche se non tutta la cultura gay è Camp. Il Camp è un travestimento. Di più: ama le cose-che-sono-come-non-sono. Ha che fare con l’attrazione sessuale: consiste nell’andar contro, a livello di gusto, ma non solo, l’inclinazione del proprio sesso. Il Camp è il trionfo dell’ermafrodita, scriveva la Sontag.
Questo fino a metà degli anni Sessanta, poi qualcosa è cambiato, soprattutto a livello di massa. L’avanguardia omosessuale che praticava il dandismo, nell’epoca della cultura di massa ha trasferito più o meno consapevolmente i propri gusti estetici alla società di massa; in particolare la moda è diventata il luogo principale del Camp. Camp è popular: Pop Camp.
Oggi il Camp, nella versione Pop, è il Kitsch della società contemporanea. Non è necessario essere gay per apprezzare e godere esteticamente i film di Almodóvar, i quadri di Ontani o i video di Vezzoli, per citare due artisti delle ultime generazioni. Warhol è Pop Camp. Detto altrimenti: a partire dalla fine degli anni 60 il codice elitario del Camp si è democratizzato, includendo, ad esempio, molte delle sottoculture giovanili dei decenni seguenti: i supereroi sono Pop Camp; e in Italia, Patty Pravo e Milva, ma anche i Legnanesi; Arbasino, ma anche Versace e Cavalli.
In due volumi e 600 pagine, Cleto ricostruisce la storia del Camp dall’Ottocento ai giorni nostri attraverso immagini, testi e saggi, in gran parte inediti in Italia, che vanno da Tom Wolfe a Angela Carter, da Joe Orton a Rosalind Krauss, e una serie di saggi originali - che spaziano dal pulp "spionistico" anni 60 alla propaganda staliniana anni 30 al "camp ecclesiastico" - di Cleto, Iacoli, Scarlini e numerosi altri.
Dopo i quali, come recita il claim pubblicitario, "nessuno potrà più dire di non conoscere il Camp che già conosce."
Fabio Cleto insegna letteratura inglese moderna e contemporanea all’Università di Bergamo. Ha pubblicato tra gli altri Camp: Queer Aesthetics and the Performing Subject (University of Michigan Press), Percorsi del dissenso nel secondo Ottocento britannico (ECIG).
Giulio Iacoli insegna Letterature comparate presso l'Università di Parma. É autore di Prove per un mosaico. Tondelli e le seduzioni dell'immaginario americano (Premio P.V.Tondelli 2001) e Atlante delle derive: geografie da un'Emilia postmoderna (Diabasis).
Libera Università Omosessuale - Programmazione culturale Cassero gay e lesbian center
A cura di Walter Rovere e Sara De Giovanni
www.cassero.it/luo
info: 051.6494416
INGRESSO GRATUITO
IGOR Libreria
Via San Petronio Vecc Questo articolo ha ricevuto 214 visite.
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