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Edizione di Venerdì 25 Maggio 2012
Padova. Un format Village Pride per etero, gay e signori
Padova. Un format Village Pride per etero, gay e signori
Lunedì 4 agosto Franco Grillini presenta il suo «Ecco omo». L’ex macello di via Australia trasformato in un teatro della trasgressione ironica e intelligente con drag queen e vecchie signore anni 30
Giovedì 31 Luglio 2008
di Il Mattino di Padova
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PADOVA. A Francé, dicce qualcosa de destra. «A froci» rispose Storace. Fu un’apoteosi. Vero, Storace è anche quello che grida «meglio fascisti che froci», ma la sdoganamento lo fece, sempre sui confini del paradosso e in piena zona postribolo, diciamo pure da Centocelle avendo in mente i Nightmare, ma statene certi: quando è la stessa destra a fare per prima una caricatura comica della propria omofobia, vuol dire che il vaccino della tolleranza è entrato in circolo. Si può poi discutere se fu Storace a riconocere i gay o se non furono piuttosto i gay a riconoscere lui, ma qui si entra già nell’incredibile capacità omosessuale di creare mimesi, icone, di adottare l’antagonista rilanciandone i vezzi in luoghi gay. Va da sé che ogni riconoscimento è reciproco, cambia le identità e mutua le posizioni.

Tutto ciò non per dire che Storace è frocio, ma per annunciare che da domani e per i dieci giorni successivi, nell’ex macello di viale Australia a Padova, parte la kermesse del Pride Village; nel nome c’è già il programma, il logo, la scaletta per una visione del mondo e il modo giusto per arrivarci.

I Village People sono il gruppo americano che canta «YMCA», inno internazionale della cultura gay ed equivalente omosessuale e trasfigurato della nostra «solo una sana e consapevole libidine salva...». La YMCA ha fatto di più dell’Azione Cattolica italiana: la potente «Yung Man’s Cristian Association» è l’associazione americana che predica una vita sana e virtuosa nella quale ogni gay che si rispetti farebbe carte false per entrarci.

Dieci giorni omo quindi, sotto la struttura concepita dall’architetto D’Avanzo (al Moma di New York ne hanno una foto), costruita ai bordi della tangenziale Ovest e usata come macello comunale, poi caduta in disuso per anni e ora rilevata dall’Arci Gay che l’ha ripulita dalle erbacce, dotata di bar e toilette, per rilanciarla come tempio dell’intrattenimento gay. Palco, contropalco, ristoranti, bar, posti a sedere e in piedi. Spettacoli ogni sera.

A Roma esiste qualcosa del genere da otto anni, da noi è la prima volta.

«Un’operazione coraggiosa» spiega Alessandro Zan, consigliere comunale di maggioranza e prima anima dell’evento, «fatta in un Nordest immobile e conservatore». Anche se poi ammette che non hanno incontrato resistenze e gli sponsor sono arrivati senza difficoltà per un totale di 120 mila euri tra pubblicità e spazi messi in affitto, «diversamente da quanto ci potremmo aspettare da altre città».

In realtà l’unico rischio che corre il Village Pride è quello di fare un sacco di soldi: i tempi eroici dello scandalo omosessuale sono finiti da un pezzo e anche quelli dell’orgoglio si stanno accomodando in un confortevole compiacimento. Al netto dei dibattiti - che pure ci sono - resta un format spettacolare di travestitismo collaudato e ironico (fondatrici le mitiche Sorelle Bandiera), di parodie e gorgheggi che impastano epoche e mescolano atmosfere in un modo che non distingue più i palati sessuali ma li accomuna in una sola idea di intrattenimento.

Venerdì 8 agosto il cabaret de le Sorelle Marinetti, trio en travesti di malizie, musiche e pallori anni ’30, quando «Berta filava» e i nostri nonni si consumavano di struggimento cantando «maramao perché sei morto». Sempre tre e sempre maschi «Le Bambole» che si esibiranno all’unagurazione di domani, facendo il verso ad un’epoca più recente, quella dei telefoni bianchi e del Billy Wilder di «A qualcuno piace caldo». Lunedì 4 agosto Franco Grillini presenta il suo «Ecco omo». Mercoledì 20 è la volta dello spettacolo concepito da David Mamet nel 1974 e intitolato «perversioni sessuali a Chicago», smagata apologia sociale sulle ubbie sessuali americane negli anni’70 prima che il grande regista ci regalasse «Le cose cambiano» e la «La casa dei giochi».

In chiusura, domenica 31 agosto, il trasformista Ennio Marchetto con il suo «A qualcuno piace di carta», delizioso one man show. E poi jazz, musica latina, cabaret e l’immancabile tributo agli Abba («Dancing queen», l’altro inno omosessuale) di giovedì 14.

Una grande operazione nostalgia insomma, su quanto ha fin qui prodotto l’immaginario collettivo omosessuale da «Querelle de Brest» di Fassbinder a «Priscilla la regina del deserto» di Stephan Elliot, di quanto ne abbiamo goduto tutti e di quanto ha smesso di produrre di nuovo. Perché, a guardar bene, i simboli iconografici sono sempre gli stessi da 40 anni e li mostrano tutti: azzimate signore capaci di inimmaginabili carinerie, drag queen con effetti messianici sulle popolazioni del Nevada, nazisti crapuloni e infoiati.

«Meglio così - dice Zan - oggi il mondo dei gay ha bisogno di normalità più di ogni altra cosa».

Un sondaggio Swg segnala che a Padova il consenso sui Pacs è cresciuto dal 50% al 75% dopo la loro applicazione. Il Nordest quindi è già di Priscilla, ma può dare anche di più, perché è terra pagana eppure perfettamente cristiana (dà a Cesare...), civile e ratzingeriana nell’atteggiarsi «come se dio ci fosse».

«In altre parti, a Rovigo per esempio, una iniziativa come questa avrebbe incontrato qualche opposizione - obietta Zan - Padova raccoglie invece i frutti di un lavoro di sensibilizzazione politica che ha portato un omosessuale, che poi sarei io, dentro il consiglio comunale». L’omofobia arretra grazie a dio - o gli omofobi avanzano in territorio gay, che è lo stesso - pericolosamente scoperta resta la zona degli zingari e dei romeni, almeno fino a quando non si decideranno anche loro a diventare di moda.



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