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Edizione di Mercoledì 23 Maggio 2012
Arcigay.  Omosessuali e trans discriminati sul lavoro: numeri dall’invisibilità
Arcigay. Omosessuali e trans discriminati sul lavoro: numeri dall’invisibilità
La discriminazione di gay, lesbiche, bisessuali e trans esce dall’invisibilità e dal silenzio grazie a “Io Sono Io Lavoro”: la prima ricerca di rilievo nazionale
Mercoledì 12 Ottobre 2011
di Arcigay
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La discriminazione di gay, lesbiche, bisessuali e trans esce dall’invisibilità e dal silenzio grazie a “Io Sono Io Lavoro”: la prima ricerca scientifica quali-quantitativa di rilievo nazionale mai realizzata in questo campo in Italia. La rilevazione è stata svolta da Arcigay, nell’ambito di un progetto omonimo, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Attraverso 2.229 questionari compilati da persone lgbt, 52 interviste a testimoni qualificati e 17 storie di discriminazione sul lavoro prende finalmente forma un fenomeno finora inesistente nella riflessione scientifica e per il quale non esiste ancora alcun sistema consolidato di rilevazione.

“Grazie a questa ricerca la discriminazione delle persone gay, lesbiche, bisessuali e trans sul lavoro assume una dimensione reale sia attraverso i dati qualitativi che quantitativi”, dichiara Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay, “Con la comprensione delle cause e della modalità della discriminazione di gay, lesbiche, bisessuali e trans sul lavoro – continua Patanè - possiamo finalmente definire delle strategie di prevenzione e contrasto non su situazioni presunte ma sul clima, spesso pesante, che si respira in imprese, aziende o enti pubblici. L’urgenza è quella di convincere le vittime a denunciare: la ricerca è chiarissima su questo. Gay, lesbiche, bisessuali e trans, se vittime di discriminazione, sono impotenti e non hanno punti di riferimento. Lavoreremo su questo”.

Il 19.1% delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e trans) intervistate riferisce di essere stata discriminata sul lavoro. Quanto alle discriminazioni la forma più grave, il licenziamento, è stata esperito dal 4,8% degli intervistati, in particolare da trans. Oltre due intervistati su tre affermano di aver parlato con qualcuno dell’accaduto, la maggioranza di questi si è rivolto ad amici e parenti, colleghi di lavoro e medici o psicologi, senza però trovare una effettiva soluzione all’accaduto. Anche l’accesso al lavoro risulta difficoltoso: il 13% delle persone lgbt dichiara di aver vista respinta la propria candidatura per un posto di lavoro in ragione della propria identità sessuale. Il 48% del campione controlla scrupolosamente le informazioni personali che comunica sul posto di lavoro per non correre il rischio di essere trattato ingiustamente.

Così un quarto degli omosessuali è completamente invisibile (nessuno è a conoscenza dell’orientamento sessuale) sul posto di lavoro; si tratta, in particolare, di intervistati con titolo di studio e livelli di inquadramento elevati. Negli enti pubblici lo svelamento del proprio orientamento, e quindi la condivisione serena della propria realtà, è meno diffuso, mentre lo è maggiormente nelle cooperative e associazioni. La visibilità è più elevata con sottoposti e colleghi, meno con datori di lavoro (52,5%), molto meno con clienti, utenti o committenti (24,6%). I settori lavorativi nei quali le persone lgbt sono maggiormente visibili sono nell’ordine: attività artistiche sportive e ricreative, poi alberghiero e ristorazione, poi le libere professioni, poi il commercio. Le persone lgbt sono maggiormente invisibili, in ordine di invisiblità, nelle forze armate, nei trasporti, nella scuola e nel’industria. A parità di lavoro, gli uomini omosessuali guadagnano dal 10% al 32% in meno dei loro colleghi eterosessuali; nella maggior parte dei casi l’ingiustizia subita resta non denunciata né segnalata, portando, tra l’altro, a una grave mancanza di dati statistici e di informazioni tecniche sul fenomeno, gli autori delle discriminazioni sono solo o soprattutto uomini.

Gli stakeholder, testimoni qualificati dal mondo delle aziende, sindacati, imprese, intervistati dai ricercatori di Io sono io lavoro aprono nuovi campi di indagini sulla discriminazione lgbt. Più della metà mostra una mancanza di conoscenza del fenomeno discriminatorio contro le persone lgbt. In generale hanno poche informazioni o nessuna sul panorama legislativo riguardante il mobbing, sulla possibilità di inserire clausole anti-discriminazione in sede contrattuale e su quali procedure adottare per difendersi da trattamenti ingiusti e iniqui relativi all’orientamento sessuale. Sussiste confusione sull’esistenza di servizi a cui rivolgersi in caso si sia vittime di discriminazione. Uniformità di pareri è espressa sulla discriminante nei confronti delle persone HIV+ sul luogo di lavoro, a causa della paura del contagio: la cura e l’assistenza sociale sono garantite, secondo gli intervistati, ma l’accesso di queste persone al mondo del lavoro è negato o viene attuato il licenziamento qualora la sieropositività sia nota.

La ricerca ha raccolto ben 17 storie di discriminazione. Eccone due a titolo esemplificativo.

Matteo, 29 anni: “se nel fare le loro lamentele non toccano il privato dei miei colleghi, quando devono lamentarsi con me mi affibbiano nomignoli omofobici. Quanto litigano con i miei colleghi non li deridono per la loro sessualità, per il loro privato o per le loro fattezze fisiche. Con me, invece, per il modo in cui appaio, lo scontro si concentra sul personale.”

Rosa, 50 anni: “È molto difficile provare questi tipi di discriminazione. Mi sono sfogata con amici e psicologi ma non ho mai intrapreso azioni legali. C’è paura di parlare e la consapevolezza che il sistema legale italiano non tutela nella maniera giusta, quindi si preferisce incassare e cercare lavoro da un’altra parte sperando che l’esperienza non si ripeta. Sento un grande vuoto in Italia per gestire questo aspetto della mia vita. Anche adesso non so se denuncerei. Forse ora ho più strumenti per reagire ad attacchi, sono più prevenuta, più prudente, non permetto agli altri di intromettersi in situazioni che poi si possono ritorcere contro di me. Ciò non toglie che essere invisibili sul lavoro sia una grande fatica e frustrazione: significa non essere visti, non essere considerati sotto un aspetto umano”.

Ben 630 persone (pari a poco meno di 1 intervistato su 3) hanno voluto lasciare un proprio pensiero. Omosessuali, lesbiche, bisessuali e trans dicono: “Bisogna cambiare l’Italia, combattendo l’omofobia e il pregiudizio”, “La condizione delle persone LGBT sul lavoro, come anche fuori dal lavoro, migliorerà sensibilmente quando la mentalità della gente cambierà, maturerà e smetterà di discriminare”, “Fare tante campagne d’informazione”, “Serve maggiore informazione su cosa è veramente lgbt… farci conoscere dagli etero”, “Combattere l’ignoranza”, “Serve un rinnovamento culturale per una società felice e non chiusa in se stessa”, “Formazione anti-discriminazione”, “accettarsi per essere accettati”, “Essere se stessi sempre e ovunque”, “Non avere paura, dare valore a noi stessi ed alle persone con cui lavoriamo”, “Non avere paura”.

“Finalmente possiamo comprendere in profondità sia il numero di episodi di omofobia e di discriminazione sul posto di lavoro sia la necessità impellente di dare risposte adeguate e rispettose della vita delle persone lgbt. Arcigay, con questa ricerca “dimostra ancora una volta il suo impegno concreto e propulsivo nella storia di questo Paese. Per il diritto al lavoro senza discriminazione e per un’effettiva pari opportunità per tutti e tutte” Paolo Patanè Presidente Nazionale Arcigay.

“La discriminazione colpisce direttamente una minoranza di lavoratori lgbt. L’impatto indiretto è invece molto più ampio; secondo alcuni osservatori esso è persino universale, visto che tutte le persone lgbt si trovano, prima o poi, a domandarsi se essere visibili o meno sul lavoro, ad anticipare le conseguenze del proprio coming out. Sorprende l’uniformità territoriale di questi fenomeni: nord, centro e sud Italia appaiono infatti accomunati da questi fenomeni. Non sorprende invece, purtroppo, la vera e propria emergenza in cui vivono le persone trans che lavorano, la maggior parte delle quali viene tuttora respinta o espulsa dal mercato. Se da un lato, infine, “Io Sono Io Lavoro” dimostra che la maggioranza dei lavoratori lgbt ha comunque raggiunto, con risorse proprie, un equilibrio più o meno soddisfacente sul lavoro, dall’altro lato va sottolineata la sofferenza e la solitudine che si trovano a vivere ancora troppe persone lgbt vittime di discriminazione sul lavoro” Raffaele Lelleri, sociologo e responsabile scientifico della ricerca.

“Questa ricerca fornisce non solo un importante strumento sociale per combattere le discriminazioni sul lavoro ai danni delle persone lgbt, ma offre anche uno strumento legale di tipo tecnico-pratico in caso di processi che coinvolgano vittime di discriminazione sul lavoro. Le statistiche infatti, in sede di dibattimento potranno essere presentate come prova ai sensi del decreto legislativo 216/2003. Il progetto ha poi formato ben 40 mediatori che lavoreranno nei comitati Arcigay per la costruzione di una rete nazionale che supporterà le vittime di discriminazione. A breve, nell’ambito di questo progetto, sarà pubblicato un manuale rivolto a chi opera nel mondo del lavoro che costituirà certamente uno strumento per affrontare il fenomeno” Michele Giarratano, responsabile del progetto.

IL REPORT FINALE di IO SONO IO LAVORO

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