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| Milano, Valerio e Marco: "Agli insulti rispondiamo baciandoci" |
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| Giovani ragazzi, talvolta minorenni, spavaldi solo quando sono in gruppo. E' l'identikit dei protagonisti delle aggressioni verbali omofobe di cui sono stati vittime Valerio e Marco |
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| Martedì 17 Maggio 2011 |
| di Repubblica.it |
| in Focus |
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Per sollecitare l'approvazione di una legge bipartisan contro l'omofobia, alla luce di episodi quotidiani di discriminazione e violenza, Repubblica.it ha lanciato una campagna di adesioni su Facebook 1. Ogni giorno, sul nostro sito, le storie di chi ha combattuto. E spesso ha vinto.
Milano - Giovani ragazzi, talvolta minorenni, spavaldi solo quando sono in gruppo. E' l'identikit dei protagonisti delle aggressioni verbali omofobe di cui sono stati (e continuano ad essere) vittime Valerio e Marco. Studenti universitari a Milano, 23 anni il primo, 22 il secondo, hanno saputo trasformare rabbia e frustrazione iniziali, in una consapevole indifferenza. E agli insulti che, ancora oggi i bulletti omofobi indirizzano contro di loro, hanno imparato a rispondere con l'ostinazione di chi pretende di vivere normalmente la propria relazione affettiva: "Non ci spaventano, e continueremo a camminare mano nella mano. Per noi questa è la normalità. Qualche volta, di fronte a chi ci insulta, abbiamo risposto baciandoci".
Valerio e Marco studiano, rispettivamente, Lettere moderne e Scienze della comunicazione. Sono ufficialmente fidanzati dal novembre del 2009, amici e parenti sanno del loro rapporto. La famiglia li ha accettati, senza fare troppe domande e senza ergere i muri della diffidenza e del rancore che possono accompagnare i coming out con mamma e papà.
"Ho detto ai miei genitori di essere gay all'età
di 18 anni, dopo averne parlato con alcuni amici stretti - spiega Valerio - E' stato allora che ho iniziato a frequentare dei ragazzi. E' l'età della patente, si inizia a girare, a uscire. Mio padre mi ha risposto con un 'lo so', mentre mia padre mi ha abbracciato. Nessuno dei due era stupito".
"Un po' di imbarazzo iniziale c'è stato - dice invece Marco - soprattutto da parte di mio padre, ma alla fine non ha avuto alcun tipo di problema". Anche gli anni a scuola non sono accompagnati dai traumi che possono arrivare a segnare, con ferite spesso profonde, la psiche di chi sta cercando di capire e accettare il proprio orientamento sessuale.
Valerio, che ha frequentato una scuola privata cattolica in provincia di Varese, conserva un bel ricordo di quel periodo. I compagni, eccezion fatta per qualche caso sporadico, non lo hanno mai preso in giro. Neanche quando, in quinta elementare, ha vinto il torneo di pallavolo della scuola, giocando nella stessa squadra delle ragazze: "Ho fatto il giro d'onore del cortile, e nessuno ha avuto nulla da ridire". Più tormentato il confronto con l'arretratezza di pensiero di certi docenti, alcuni dei quali erano preti. "Quando la Ue votò contro l'ipotesi di Buttiglione commissario europeo a Giustizia, libertà e sicurezza, in seguito ad alcune sue dichiarazioni omofobe, spiegai in un tema perché ritenevo che bisognasse battersi per l'uguaglianza tra le persone - ricorda ancora - Quando mi restituì il compito, notai che il professore di italiano mi aveva scritto: 'Non l'ho letto, ti metto 10, perché questo è l'unico modo di estirpare Satana da te'".
Marco, invece, è stato iscritto ad un liceo artistico, e ha vissuto in un ambiente estremamente gay-friendly. Anche per questo ha fatto coming out già a 15 anni, senza che nessuno dei compagni lo isolasse o cercasse di osteggiarlo. Man mano che si rendono conto di essere omosessuali, iniziano a rivendicare il diritto alla loro visibilità, che passa anche per il bacio scambiato in strada, al cinema, in stazione. Passeggiano mano nella mano con i loro fidanzati. Vivono questa fase con l'ingenuità di chi è convinto, a ragione, che di fronte a quell'atteggiamento non ci dovrebbe essere alcuna reazione negativa, come avviene con le coppie eterosessuali. Ben presto, però, quell'ingenuità è chiamata a confrontarsi con la realtà dell'omofobia, e i ragazzi capiscono di essere portatori di una diversità che può infastidire, e che non si vorrebbe vedere. L'altro si denigra, perché non si vuole riconoscere che è portatore della nostra stessa dignità. E' proprio allora che scatta qualcosa in Valerio e Marco, che si ostinano a non voler cedere a quelle imposizioni esterne che mirano a limitare la loro libertà. Decidono di non fare nessun passo indietro, e di continuare a vivere la loro vita affettiva alla luce del sole, senza limitazioni. E di battersi contro gli insulti, frequenti.
"Le aggressioni che abbiamo subito, come coppia, sono state innumerevoli, a Milano - spiegano - Quando camminiamo mano nella mano, ci attiriamo sempre commenti sgradevoli. Il più delle volte, è il classico 'frocì urlato da lontano. In genere arriva da ragazzi, giovani, di sesso maschile, e in gruppo". I luoghi in cui Valerio e Marco sono stati presi di mira sono i più disparati: dal paese di provincia, alla periferia milanese, fino al centro: alla stazione Cadorna, e diverse volte nella zona del Duomo, ma anche nella metropolitana. Con qualche caso all'estero: a Londra, Hyde Park, e ad Atlanta, in aeroporto. Quando reagiscono, i bulletti si fanno avanti, rivendicando il loro diritto a insultarli, a farli sentire in difetto. "Una sera, in una multisala in provincia di Varese, tre ragazzi ci hanno inseguito, dopo che io avevo 'osatò ribattere ai loro schiamazzi e alle loro risate. Ho risposto alzando il dito medio. Ci hanno seguiti per due piani - racconta Valerio - si sono avvicinati e ci hanno iniziato a rivolgere alcune domande provocatorie. Pretendevano che mi scusassi, cosa che ovviamente non ho fatto".
Entrambi sono consapevoli dei rischi che corrono ma l'unica cautela adottata è quella di non esporsi troppo nelle ore notturne: "Di giorno ci sentiamo più protetti, la sera, invece, sappiamo che dobbiamo prestare più attenzione. E allora magari rinunciamo a camminare mano nella mano. Nessuno ha mai alzato le mani, ma ovviamente la paura c'è sempre". Denominatore comune di questi episodi, è l'indifferenza della gente. I più girano la testa dall'altra parte e si allontanano. La solidarietà se arriva, arriva in maniera tardiva. "Una volta ero sul treno, insieme a mia sorella quattordicenne - racconta Valerio - alcuni ragazzi del mio paese mi insultarono, davanti a lei. 'La prossima volta che ti vediamo, le prendì mi minacciarono e addirittura si erano seccati perché avevo controbattuto: 'Non hai diritto di rivolgermi la parola, devi solo stare zitto'". Nessuno sul vagone fece o disse nulla, a parte qualche commento, ma soltanto dopo che gli aggressori si erano dileguati.
Per Valerio e Marco, che fanno parte del gruppo "Gay Statale", per contrastare l'omofobia dilagante bisogna anche risolvere un problema all'interno dell'associazionismo omosessuale italiano: "la mancanza di coesione e la litigiosità esasperata". "Non c'è un movimento unitario, e a livello locale e nazionale sentiamo la mancanza di punti di riferimento chiari. Le associazioni sono poco presenti, c'è un'eccessiva frammentazione, per non parlare di invidie e gelosie. E, invece, i gay dovrebbero unirsi per un'azione comune". Questo articolo ha ricevuto 613 visite.
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