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Edizione di Mercoledì 23 Maggio 2012
Se il gay e' di destra. Quella sottile attrazione tra fascismo e omosessualita'
Se il gay e' di destra. Quella sottile attrazione tra fascismo e omosessualita'
«Sono bisex e mussoliniano». Parola di Lele Mora. Chissà cosa penserà la nipote del duce, al secolo Alessandra Mussolini, che qualche anno fa proclamò che è «meglio essere fascisti che froci»
Domenica 10 Aprile 2011
di Lettera43
in Focus

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E adesso chi lo dice all’onorevole napoletana che le cose possono coincidere? Passi per Cecchi Paone, per Dolce e Gabbana, per Platinette, per Franco Zeffirelli, per Enrico Oliari (leader di GayLib, una sorta di Arcigay vicina al Pdl). Di destra, sì, ma moderata… Lele Mora, certo, li scavalca. Ma a ben vedere la cosa non è così insolita. In un documentatissimo saggio di qualche anno fa (per l’esattezza del 2007) dal titolo quanto mai esplicito, Omosessuali di destra, Marco Fraquelli, discepolo del politologo Giorgo Galli, ha proposto un intrigante excursus storico alla scoperta dei gay che, dal nazismo (con qualche puntata in epoche precedenti, quelle del Neoclassicismo e della Germania di Weimar) ai giorni nostri, hanno militato nella cosiddetta destra radicale. Si è impegnato quindi a evidenziare le contraddizioni di una “famiglia” politica che, pure intrisa di omofobia e machismo, ha coltivato, nei secoli, al proprio interno molte ambiguità di natura sessuale.

L'omoerotismo, unica strada per dare grandezza alla nazione

Fra quelli ha dimostrato la destra abbia, in diversi casi, enfatizzato la piena corrispondenza tra natura omosessuale e natura nazifascista. A cominciare da Hans Blüher, giornalista e scrittore prenazista che, nel 1912, analizzando il fenomeno dei cosiddetti Wandervögel (Uccelli migratori), una sorta di corpo antesignano degli scout (i primi a usare il saluto col braccio teso urlando Heil e a indossare camice brune) che confluirà poi nella Hitlerjugend, scrisse un saggio per dimostrare che a tenere insieme questi giovani era l’omoerotismo. Blüher, anzi, sostenne che il legame erotico che tiene unite le comunità maschili è l’elemento in grado di selezionare i leader, i migliori. Se la Germania voleva ricostituire una casta guerriera in grando di ridare al Paese dignità e grandezza, doveva quindi incentivare la dinamica omoerotica.

DIFENSORI DELLA RAZZA. Molti decenni dopo, sempre in Germania, l’indiscusso leader neonazista Michael Kühnen (morto di aids nel 1991) dava alle stampe un pamphlet dall’inequivocabile titolo Nazionalsocialismo e omosessualità, la cui tesi di fondo era che solo i gay, non dovendo “distrarsi” con il matrimonio e nella costruzione di una famiglia, possono dedicare tutte le loro risorse e energie alla comunità, costituendo così una vera e propria élite d’avanguardia destinata al comando e alla salvaguardia dei valori della razza ariana. Naturalmente il leader neonazista si riferiva agli omosessuali mascolini e non alle “checche” effeminate e perverse.

La Francia, gaia filonazista, e l'Italia, mussoliniana e maschia

Molti omosessuali si ritrovano anche tra i “collaborazionisti” francesi alla Germania nazista, da Mauriche Sachs a Marcel Buchard (detto “la Grande Marcella”, fondatore del partito dei Francistes e membro delle Waffen SS), passando per Abel Bonnard, Henri de Montherlant e Jaques Benoist-Méchin (ministro della difesa sotto Petain). Il più celebre, naturalmente, è stato Robert Brasillach, ancora oggi icona della destra radicale e venerato come “martire” (è stato l’unico fucilato dai gollisti). La tradizione filonazista francese è stata ripresa negli anni ’80 del secolo scorso da un altro ambiguo personaggio, Michel Caignet, leader di estrema destra ed editore di libri revisionisti sull’Olocausto, ma anche di patinate riviste gay.

VIP NAZI E GAY. Il saggio di Marco Fraquelli, naturalmente, si sofferma anche sui personaggi gay più noti, come il braccio destro di Hitler Ernst Röhm e le sue Sa (selezionate in base alla loro “avvenenza”), o Yukio Mishima, autore cult per la destra di mezzo mondo, morto suicida nel 1970 per protesta contro le derive moderniste e democratiche del Giappone. O, ancora, i molti “uscocchi” al seguito di Gabriele D’Annunzio nell’impresa fiumana. Già, e nell’Italia fascista? Poca roba, non certo paragonabile alla Germania nazista. Anche perché, sottolinea l’autore, nell’Italia mussoliniana l’ipocrisia (peraltro alimentata dalla tradizione cattolica) la faceva da padrona. Tanto è vero che, ci ricorda Fraquelli, dal codice Rocco all’ultimo momento fu espunto il paragrafo che condannava il reato di omosessualità, perché lasciarlo inserito avrebbe significato rivelare pubblicamente che il problema esisteva anche da noi. E pare che Mussolini, cancellando l’articolo in questione, esclamasse: «In Italia son tutti maschi». Con buona pace di Lele Mora.

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