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Edizione di Mercoledì 23 Maggio 2012
Verso il crepuscolo dell'era dance
Verso il crepuscolo dell'era dance
Con la strage di Duisburg si può seppellire la cultura della musica house e elettronica, che ha dominato la socialità giovanile degli anni 90
Sabato 31 Luglio 2010
di Il Manifesto
in Focus

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Un'oscura città tedesca, un tempo capoluogo minerario, cerca di riciclarsi come sede di una storica, gigantesca festa all'aperto. Passa invece alle cronache come sede di una penosa strage. È successo a Duisburg e la vicenda, oltre che triste, è emblematica. Il passaggio dall'economia industriale a quella immateriale della festa e della creatività, passaggio così strategico nei decenni scorsi, mostra il suo lato sfinito, ormai fuori tempo e persino, in questo caso, fatale. Sulle bare delle ventuno giovani vittime si scatena intanto il chiacchiericcio di giornalisti e sedicenti sociologi che, a giudicare dai toni, sembrano accorgersi dell'esistenza della cultura dance vent'anni buoni dopo la sua esplosione. Quando ormai, di quella cultura tanto essenziale per il clima emotivo degli anni finali del Novecento, non restano che poche spoglie.

Sulle rovine del futuro

La cosiddetta «Second Summer of Love», tra il 1988 e il 1989, inaugura in Europa la nuova cultura del ballo e della pulsazione elettronica. Una notte, quando il locale londinese The Trip, nel cuore di Soho, chiude per legge alle tre, la folla si riversa in strada, blocca allegramente le auto della polizia che accorrono e balla al suono delle sirene. Una nuova euforia è nell'aria. Ballare era diventata un'opzione di massa già con la disco music degli anni 70, ma solo ora l'intero corpo della gioventù occidentale decide di oltrepassare ogni barriera: oltre i limiti della legge, oltre le piste esigue delle discoteche, oltre la velocità della musica finora conosciuta. I ritmi accelerano. Più sensuali quelli del genere house, siderali invece quelli della techno - nata in origine a Detroit, all'ombra dei capannoni svuotati dalle prime crisi dell'industria dell'auto.

Le suggestioni di fondo della cultura dance sono di stampo neohippy: amore, unità, l'empatia dei corpi stretti e sudati, la riscoperta di forme di intimità collettiva dopo il gelo degli anni 80. Ma proprio gli anni 80 hanno lasciato l'aria pesante, l'aids, il sistema che scricchiola, il futuro che si fa incerto, e ballare a oltranza, allora, diventa un imperativo, unico modo di essere-nel-mondo, un necessario danzare sulle rovine. Quelle del passato e quelle del futuro.

Per tutti gli anni 90, la dance elettronica domina la socialità giovanile. Sia nelle forme legali, le discoteche e i festival, che in quelle illegali dei rave party abusivi e gratuiti. La musica elettronica è democratica, poco costosa da produrre e da fruire. Sui dancefloor di mezzo pianeta, per ballare bastano scarpe da ginnastica, pantaloni larghi e una maglietta. Spesso neppure la maglietta. Persino l'ecstasy costa poco.

La musica non smette di accelerare, un tipo di ritmo che tanti pensatori di sinistra giudicano futurista, dunque fascista. Adorno se la prendeva già con i ballerini di jazz, figurarsi cosa direbbe ora. Mentre l'era industriale sfuma, mentre internet prepara la conquista definitiva della scena, la pulsazione delle batterie elettroniche celebra uno struggente crepuscolo. Non è futurismo. Al contrario, è nostalgia. Una musica che sembra fatta da androidi per altri androidi - la nuova classe planetaria di lavoratori precari - e che pure risulta, per chi si abbandona, la più emotiva di tutte le musiche.

Love is the message

La Love Parade berlinese, massiccia celebrazione della gioventù europea del dopo-muro, è la più famosa delle street parade. Un rito postpolitico dove ad andare in strada è la pura, magnifica, disperata esuberanza del corpo. Morta nello spirito già sette anni fa, resuscitata dagli sponsor e infine morta per sempre a Duisburg. A resistere adesso resta soltanto la Street Parade di Zurigo, che il 14 agosto vedrà la diciannovesima edizione. Un rito di un'altra era. Ma anche, per chi ancora ne avesse voglia, un'occasione residua e ormai rara di ballare per strada.

Gli incidenti di Duisburg, debitamente strumentalizzati, hanno gettato benzina sul fuoco del delirio proibizionista. In Italia, schiere di sindaci come Fabrizio Matteucci, il sindaco anti-rave di Ravenna, ne approfittano per ribadire il no assoluto a rave party e street parade. Un'intransigenza ottusa e fuori tempo poiché, proprio come gli allarmi-sicurezza che si moltiplicano quando il crimine in realtà diminuisce, anche i riti del ballo estremo sono ormai quasi scomparsi. In Italia, i rave party sono pressoché estinti. La Street Rave Parade di Bologna, grande appuntamento antiproibizionista e già spina nel fianco di Cofferati, è scomparsa. La repressione agisce da anni e si è aggiunta alla stanchezza naturale, potremmo dire generazionale, della cultura dance elettronica.

Un riflusso antiedonista

Sul finire degli anni 90, i generi e sottogeneri elettronici toccano i limiti dei 160, 180, 200 battiti per minuto. Ma una musica che ha toccato simili velocità non può progredire: inevitabilmente può soltanto ritirarsi, come un'esausta marea, lasciando nell'aria un senso di stordimento. Un ciclo è compiuto e con gli anni zero il clima cambia. Il settore dei locali da ballo entra in crisi. La discoteca smette di essere un luogo democratico e torna, nell'immaginario dei servizi scandalistici dei telegiornali, a occupare il ruolo che aveva fino a prima degli anni 70, ovvero prima dell'era della disco: nightclub esclusivo, palcoscenico di presunte elite, stelline varie, calciatori, paparazzi, buttafuori, champagne e scandaletti a base di cocaina.

Il passaggio che si consuma con l'inizio del nuovo secolo è molto più di un banale cambio di mode e gusti giovanili. Il progressivo riflusso della cultura del ballo e la repressione sempre più accanita delle autorità suggeriscono un cambio di paradigma sociale. Negli ultimi decenni del Novecento, il ballo incarnava valori che il sistema, in modo più o meno consapevole, incoraggiava: edonismo, festa, liberazione sessuale, creatività, libertà del corpo, creazione di subculture, superamento dei limiti. L'intera società desiderava ballare. La disco music, in origine musica dei locali gay, aveva conquistato il mondo perché tutti volevano essere gay, non nel senso di omosessuali ma nel senso di gai, liberi, disinibiti. La grande era dell'edonismo di massa: liberante, certo, eppure anche necessario, ambiguamente, nella transizione verso l'economia immateriale.

Con l'affacciarsi del nuovo secolo, brusco cambiamento. L'edonismo non serve più. La promessa del piacere perde rilevanza. Il suo posto viene preso dalla paura, strumento di persuasione molto più utile e pratico nei rapporti tra potere e cittadini. La società si riscopre perbenista. Tutto è ancora formalmente concesso, ma solo nel chiuso delle proprie case, davanti allo schermo individuale di un computer. La socialità fisica dei giovani, persino quella ben poco sovversiva di questi anni, diventa materia di ordine pubblico e oggetto di continue ordinanze dei sindaci. Locali che chiudono, piazze vietate. Il ballo, in particolare, nelle sue forme troppo libere e anarchiche, diventa fenomeno da debellare.

La vita notturna delle grandi capitali occidentali è morta. A New York, l'antica capitale di ogni piacere, di notte non è rimasto molto altro che dormire. La New York Party Police, con un'impressionante serie di raid notturni nei locali, ha revocato una dopo l'altra le licenze dei locali da ballo. A Parigi, con la scusa di limitare le emissioni sonore dei locali, la storia si è replicata. Quando non è la polizia, sono i mercati immobiliari a buttare fuori i club storici, com'è successo a Londra.

Le mete esotiche dei ravers, le Goa e le Koh Phangan di quindici anni fa, non esistono più: le autorità locali hanno represso il turismo giovanile a basso costo, preferendo inseguire il turismo di lusso. Il divertimento, quando pericolosamente autentico, non è più un buon affare.

Tocca ai giovani degli anni zero, e a quelli che verranno, gestire il problema sempre più scottante, sempre più ambiguo, dei rapporti tra piacere, fisicità, ribellione, rito della festa. Il rave dei corpi è stato sostituito dal rave delle identità digitali. Eppure, chissà. È proprio quando il sistema inizia a dirci che il piacere è morto che il piacere, forse, ritrova il suo ruolo sovversivo. (di Marco Mancassola)

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