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Edizione di Mercoledì 23 Maggio 2012
Riflettori su Citta' del Capo
Riflettori su Citta' del Capo
A pochi passi da Greenpoint, abita oggi la comunità omosessuale bene di Città del Capo. Di neri, in queste zone però, se ne vedono pochi
Mercoledì 19 Maggio 2010
di L'Espresso
in Focus

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Per i prossimi sei mesi la grande piazza di Greenmarket avrà persino la connessione wireless gratuita. Gli impiegati potranno fare la pausa pranzo continuando a surfare Internet sul portatile, esattamente come i loro colleghi di San Francisco. E i tifosi più tecnologici potranno tenersi aggiornati consultando lo smartphone, mentre sorseggiano una Coca-Cola. Questa storica piazza di Città del Capo che, vent'anni fa, vicina com'è al Parlamento, fu il centro delle proteste antiapartheid e che per anni è stata un traffico di oggetti di artigianato locale, si sta riscoprendo, alla vigilia dei Mondiali, il cuore moderno della città più bella del Sud Africa. Quella dove il 14 giugno comincerà (contro il Paraguay) l'avventura degli azzurri .

Ma ad aspettare i tifosi non c'è solo la piazza Greenmarket o Long Street, la lunghissima via dei bar dove gli abitanti del Capo si raccolgono la sera per celebrare con musiche e danze sfrenate le loro vittorie, come avvenne in occasione dell'assegnazione del Mondiale. C'è soprattutto l'enorme stadio di Greenpoint, con quei 68 mila posti voluti a tutti costi - e che costi - dalla Fifa. Già perché inizialmente il Comune aveva pensato di utilizzare Athlone, una delle due strutture esistenti. Dopo il primo rifiuto da parte degli organizzatori del Mondiale, che esigevano stadi con oltre 65 mila posti per ospitare la semifinale, la giunta comunale aveva deciso di costruire un nuovo stadio in un quartiere nero o meticcio. Un po' per facilitare l'accesso ai più poveri. Un po' per non distruggere il centro cittadino. E poi anche perché uno stadio nella zona nera avrebbe potuto diventare il simbolo della Nuova Città del Capo. Da queste parti, il calcio è soprattutto lo sport dei neri, che lo adorano dai tempi in cui era considerata un'attività sovversiva, l'alternativa nera al rugby dei bianchi.

Invece no. Ai potenti del calcio le township costruite negli anni Sessanta ai bordi della città sono sembrate troppo tristi e pericolose. Soprattutto, poco glamour. Così, per decisione di un manipolo di europei, lo stadio dalle pareti bianche è sorto nel quartiere chiaro di una città ancora molto bianca. "Nessuno sa cosa ci faremo con una struttura così grande dopo i Mondiali", spiega Abongile Sipondo, un ricercatore dell'Università di Città del Capo.

Ma chissà se gli spettatori se ne renderanno davvero conto. Ad ammirarlo dai bastioni di Robben Island, l'isola-prigione in cui Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 26 anni di carcere, lo stadio ovale sembra avere fatto da sempre parte della magnifica insenatura di Città del Capo. Appoggiato a pochi passi dal mare, circondato da palazzine basse e cullata dal fragore delle onde, più che sormontato sembra essere anche lui, come tutta la città, generosamente protetta da Table Mountain, come fu soprannominata nel 1503 dall'esploratore portoghese Antonio da Saldanha l'imponente catena montuosa che sorge alle sue spalle. Dagli spalti si intravedono le campagne rosate del Capo dove, grazie all'insolito clima mediterraneo, fioriscono circa 10 mila specie vegetali, più che in tutto l'emisfero settentrionale, 70 per cento delle quali non si trovano in nessun altro angolo del pianeta. E poi ci sono quei 100 mila ettari di vigneti, un tempo introdotti come esperimento da francesi e portoghesi, ormai diventati famosi in tutto il mondo: il Sudafrica è l'ottavo produttore mondiale di vino. Basta mezz'ora di auto dal centro cittadino per raggiungere i più vicini vigneti. Lo fanno i turisti, lungo i sentieri assolati della Via del vino, e i locali, che adorano passare il fine settimana degustando Sauvignon e formaggio fresco nei dintorni della cittadina di Stellenbosch che, con le sue cantine vinicole e gli hotel di charme, è diventata la versione sudafricana della californiana Sonoma, con in più una delle università più esclusive del Paese.

Se la regione del Capo ricorda le valli assolate e fiorite della California, Città del Capo ha molto in comune con San Francisco: è una cittadina di stampo europeo che si affaccia sull'oceano, sonnolenta ma non troppo, multietnica e hippie quanto basta, turistica all'eccesso. Il Waterfront di Città del Capo, tutto legno, negozi e ristoranti di ogni angolo del mondo, non ha nulla da invidiare al più noto lungomare della cittadina americana. Entrambi sono le più grandi attrazioni della loro regione. Entrambi fanno sorridere i turisti e innervosiscono gli artisti. Tutti e due si ritrovano di fronte un'isola-prigione che non permette loro di sfuggire a un complicato passato in bianco e nero, ben lontano dall'arcobaleno odierno. A Città del Capo manca l'esplosiva Chinatown di San Francisco, ma vanta un quartiere etnicamente insolito, Bo-Kaap, che con le sue casette basse dai colori accesi ricorda certe isolette greche, ed è invece il centro spirituale della comunità musulmana della città. La maggior parte dei residenti, noti come i "malesi del Capo", sono i discendenti di schiavi malesi e indonesiani portati in Africa dagli olandesi del XVI e XVII secolo. Le loro spezie, insieme a quelle indiane, sono oggi diventate l'odore della città.

E se Castro è il quartiere gay di San Francisco, reso celebre due anni fa dal film americano "Milk", nelle villette ottocentesche di De Waterkant, a pochi passi da Greenpoint, abita oggi la comunità omosessuale bene di Città del Capo. Di neri, in queste zone però, se ne vedono pochi. Solo i "diamanti neri", i nuovi ricchi. Perché alla fine degli anni Cinquanta, quando Pretoria varò le leggi razziali, la popolazione di colore di Città del Capo dovette lasciare il centro cittadino,e rassegnarsi ad abitare oltre i tracciati della ferrovia in township come Khayelitsha (Nuova Casa), oggi baraccopoli a cui non c'è sempre alternativa.

E pensare che a pochi isolati dal centro, subito ai piedi della Table Mountain, c'era una volta uno dei quartieri più vivaci della città: il Distretto Sei. Negli anni del dopoguerra era un po' l'equivalente della Montmartre dell'inizio del secolo scorso: una zona bohémien, con tanto di edifici decrepiti e artisti senza una lira, un'aggiunta di chiese anglicane che si alternavano a saloni dediti alla prostituzione. Vi avevano trovato posto neri, meticci e bianchi in un vivace equilibrio multiculturale. Pochi ricchi, certo, tanti degli abitanti erano costantemente alla ricerca di un pasto gratis, ma era una vera comunità. Con rapporti strettissimi. Poi arrivò il 1966 e i suoi camion: oltre 60 mila persone furono trascinate fuori dalle loro case e portate con mobili e valige ai margini della città e della vita. Il Distretto numero sei sarebbe dovuto diventare una zona esclusivamente europea, che poi voleva dire bianca. Oggi è soprattutto un'area fantasma. Le vecchie case con i balconi in ferro battuto sono state rase al suolo. Distrutte le stufe accanto ai letti in legno e le tovaglie ricamate all'uncinetto. Spariti il vecchio cinema Avalon e i bagni pubblici. Una vera e propria ricostruzione non è mai avvenuta.

A passeggiare per i vicoli sbrindellati, il quartiere non nasconde la sua agonia, diviso com'è tra le rivendicazione dei vecchi abitanti e gli appetiti dei grandi costruttori decisi a innalzarvi condomini di lusso. La luce del quartiere è il Museo del Distretto Sei, una piccola chiesa protestante che tramite oggetti e fotografie raccoglie il passato e lo rilancia a turisti dubbiosi. Fu salvataquarant'anni fa da un operaio lungimirante. Uno di coloro di cui il Capo di Buona Speranza avrebbe oggi molto bisogno.

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