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| Piccoli Blair crescono |
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| Clegg e Cameron imitano il blairismo nei dibattiti tv. In testa il leader conservatore ma i sondaggi sui match televisivi tagliano fuori i giovani, i grandi assenti dalle urne |
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| Lunedì 03 Maggio 2010 |
| di Il Manifesto |
| in Focus |
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Un fantasma si aggira per il Regno Unito, e si chiama Tony Blair. Per tre dibattiti tv (giovedì sera l'ultimo) si sono visti due suoi imitatori (il conservatore David Cameron e il liberaldemocratico Nick Clegg) confrontarsi con il successore di Blair (il premier laburista Gordon Brown). Imitatori di Blair i due lo erano in tutto: giovanilismo ben pettinato, liscezza della pelle, affabilità impersonale, disinvoltura misurata, spontaneità calcolata. Ma i discepoli non hanno ancora superato il maestro. Gordon Brown invece faceva tenerezza con la sua ruvidezza scontrosa.
La politica inglese è definita ancora dal blairismo, proprio come per anni, anche dopo l'addio della signora di ferro, ha vissuto in un'era post-thatcheriana. Ma Blair ha rappresentato un'eccezione, riuscendo a farsi appoggiare dalla City e da Rupert Murdoch (il «ministro fantasma» del suo gabinetto), padrone dei tabloid e di Sky-tv. Ora invece, tutto è tornato nell'ordine. A una settimana esatta dal voto inglese, la realtà ha preso il sopravvento. La City ha infine reso pubblico quel che si sapeva da mesi: a differenza delle tre elezioni precedenti, appoggia i conservatori, ma soprattutto snobba i liberaldemocratici. La City si è pronunciata con il sostegno ufficiale del suo organo più prestigioso, il settimanale The Economist ieri in edicola. D'altronde la copertura della campagna da parte dell'altro organo del capitalismo inglese, il quotidiano The Financial Times, non lasciava adito a incertezze.
Come da copione, gli «intellettuali illuminati» si sono schierati per i liberal-democratici di Nick Clegg, appoggio testimoniato da una lettera al Guardian firmata - tra gli altri - dallo scrittore John Le Carré, dal musicista Brian Eno, dal sociologo Dick Sennett, dal genetista (militante dell'ateismo) Richard Dawkins.
L'ultimo scontro televisivo di giovedì sera è andato a tutto vantaggio del conservatore Cameron che ha così spezzato l'incantesimo che dal primo dibattito (due settimane fa) aveva dato una spinta stratosferica (anche se superficiale) al liberaldemocratico Clegg fino a farlo proclamare - con una certa fretta - «il nuovo Obama inglese». I primi sondaggi effettuati tra i telespettatori davano Cameron in testa col 35%, seguito da Brown con 32 e Clegg col 27: percentuali che, col sistema elettorale inglese maggioritario secco a un solo turno (first-past-the post, come si dice qui) basterebbero ad assicurare ai tories la maggioranza assoluta dei seggi. Anche se un parlamento senza maggioranze è ancora una prospettiva più che aperta.
Cameron ha sconfitto Clegg per le stesse ragioni per cui gli intellettuali lo appoggiano, cioè per le sue posizioni avanzate, come sui tagli alla spesa militare. In particolare, una mano decisiva al candidato tory l'ha data la proposta Libdem di condono per gli immigrati clandestini, che sono 600.000: Clegg ha sostenuto - con tutta ragionevolezza - che poiché gli illegali in Gran Bretagna lavorano da anni, tanto vale prenderne atto e regolarizzarli con un condono. Apriti cielo: Brown gli ha rimproverato «il messaggio che una tale misura manda ai clandestini, e cioè che si può entrare illegalmente in questo paese senza tema di essere puniti e con la sicurezza di essere condonati poi». Ma Camerun ha avuto buon gioco a riproporre un demagogico e inapplicabile taglio dell'immigrazione «dalle centinaia alle decine di migliaia l'anno»: inapplicabile perché l'80% degli immigrati che sbarcano nel Regno unito provengono da paesi dell'Unione europea e non sono quindi «stoppabili».
Il problema è che in tv Clegg ha sostenuto la sua posizione con titubante mollezza. Gli sarebbe bastato ricordare che ora, da clandestini, quei 600.000 costano allo stato inglese in sanità e istruzione senza contribuirvi, mentre se fossero regolarizzati pagherebbero le tasse e costituirebbero (come altrove) una voce attiva della previdenza sociale.
Ma questa debolezza è intrinseca nella posizione politica dei Libdem potendo sperare in un risultato positivo solo finché si presentano come terza forza sostanzialmente equidistante dagli altri due partiti, lasciandosi aperta la possibilità di formare una coalizione sia con i tories, sia con i laburisti. Nello scacchiere i libdem possono spostarsi «a sinistra» su tutti i temi liberal (gay, razzismo, aborto, parità di genere, garantismo) ma devono mantenersi «moderati» sulle questioni economiche e di classe se vogliono attirare i voti del cosiddetto ceto medio illuminato. Devono quindi scavalcare a sinistra i laburisti per fare il pieno degli scontenti del Labour (che sono tanti), indignati dalle guerre umanitarie di Tony Blair, ma dall'altro devono atteggiarsi a «conservatori per bene» se vogliono razziare l'elettorato tory e spingere Cameron sempre più verso la xenofobia razzista e il thatcherismo classico. Un gioco che ieri non è riuscito fino in fondo a Clegg. Che ha avuto anche la sfortuna di ritrovarsi la crisi greca tra i piedi: il partito Libdem è piuttosto filo-europeo, mentre i tories sono euroscettici (per usare un eufemismo): di fronte al disastroso spettacolo offerto da Angela Merkel e soci, davanti al crollo dell'euro per colpa di un paese piccolo e di un debito tutto sommato irrilevante come quello greco, Cameron ha avuto tutto l'agio di schiantare Clegg, uscendo «vincitore» dall'ultimo confronto tv.
In questa visione calcistica della competizione politica, quanto contano davvero questi dibattiti? Intanto il pubblico televisivo è vecchio: i giovani non guardano la tv. Il 47% dei telespettatori che avevano seguito il primo (e più seguito) match, avevano più di 55 anni. Inoltre, il secondo dibattito è stato seguito da 8 milioni di spettatori, una cifra paragonabile a quella dei lettori del tabloid Sun (di proprietà di Murdoch). Anche il pubblico dei giornali è vecchio. il 36% dei lettori del Daily Mail ed il 41% di quelli del Telegraph hanno 65 o più anni. È quindi impossibile valutare se una vittoria tv può compensare o sovvertire opinioni formate con i tabloid. Che certo non vanno per il sottile. Ecco un esempio dell'oggettiva, anglosassone imparzialità del Daily Mail, secondo cui «è innegabile che quando apre i suoi occhioni da cagnolotto paffuto, Nick Clegg ispira una certa - sintetica - simpatia».
Per di più va ricordato che da anni ormai i sondaggi sono sistematicamente distorti essendo effettuati dai telefoni fissi e tagliando via tutta quella sempre più consistente parte della popolazione (soprattutto giovane) che comunica solo attraverso i cellulari.
Al di là di sondaggi e statistiche, rimane la questione dell'impatto reale che questi dibattiti hanno avuto sull'elettorato. Soprattutto di fronte all'ondata di antipolitica che infiamma la popolazione, soprattutto dopo lo scandalo delle note spese dei parlamentari. Nelle 4 ore e mezza complessive di discussione, dominava un senso di comicità irrefrenabile: tre leaders che reagivano alle critiche contro la classe politica sempre nello stesso modo: un gran sorriso accattivante e l'affermazione «Lei ha perfettamente ragione». È perfettamente comprensibile come mai solo il 24 % dei giovani tra i 18 e i 24 anni vada a votare. Nessuno dei partiti dice nulla sul loro avvenire. Ma del futuro della Gran Bretagna bisognerà discutere con più attenzione. (di Marco d'Eramo)
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