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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
La sindrome gay di certi cattolici
La sindrome gay di certi cattolici
Parte dei cattolici italiani desidera che rimangano discriminazioni e omofobia
Giovedì 11 Settembre 2008
di Il Riformista
in Focus

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La sindrome gay del centrodestra comincia a farsi divertente: il che non toglie che ad alcuni personaggi, detto con simpatia, venga da mettere le mani addosso fisicamente. Uno per esempio è Maurizio Ronconi, esponente dell'Udc che si permette di dire che a volere le Unioni civili è solo «chi non ha avuto il coraggio di assumere gli stessi doveri» della famiglia tradizionale. Non ci sarebbe neanche da mandarlo all'inferno: se è davvero cattolico ci andrà da solo, perché è una persona probabilmente cattiva, ignava. Ronconi finge d'ignorare che la maggioranza delle coppie di conviventi non sono persone che si vogliono sposare, ma che non riescono a risposarsi: sono coppie da anni impaludate in separazioni e divorzi che prevedono tempi ancora lunghissimi e fuori epoca. Poi ci sono quelli contro le unioni civili (Dico, Cus, Pacs) perché vogliono sposarsi, ci sono quelli che sono favorevoli ai Dico perché non vogliono sposarsi, quelli che sono contro perché sono già sposati, quelli che sono favorevoli perché non sono sposati, quelli che sono contro perché vogliono risposarsi, quelli che sono favorevoli perché non vogliono risposarsi, e quelli che sono confusi perché appunto non riescono a risposarsi. Detto questo, «ci sono realtà che non possono essere equiparate alla famiglia, ma che se determinano discriminazioni vanno affrontate, vale anche per le coppie omosessuali»: la frase, perfetta, è di Gianfranco Fini e risale a tre anni fa. E vale anche per coppie di conviventi ancora diverse: due amici o due vecchiette, per dire.

Di fronte a questo, la cristallina verità è che una parte dei cattolici italiani desidera che queste discriminazioni rimangano, punto. È quello che desidera senz'altro Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera e persona non stupida né ignara del mondo: se dice che occuparsi di unioni civili è «un'iniziativa minoritaria che non rientra nelle priorità del Paese», ciò che «corrisponde a una discussione inutile di cui non c'è alcun bisogno», sa che cosa dice, e quindi sa di mentire, sa cioè che da cattolico autentico dovrebbe finire all'inferno pure lui. Sa che le discriminazioni ci sono, sa che due persone che non si sono sposate possono vedersi negato il diritto alla visita o all'assistenza del partner malato, sa che in caso di veto dei parenti possono vedersi negato il diritto di visitare il convivente in carcere, sa che una persona non può neppure lasciare un'eredità al convivente senza dover passare dal notaio e senza pagare fior di tasse per un testamento che risulterà «lascito a persona estranea». Sa che non potranno subentrare all'affitto in caso di morte del convivente. Sa che in caso di concorsi pubblici dovranno scrivere che vivono praticamente da soli.

Questi diritti negati, secondo Lupi, non rientrano nelle priorità e nessuno ne sente un bisogno: anche se ci sono in quasi tutta Europa e non c'entrano niente con Zapatero, col matrimonio tra omosessuali, con la possibilità delle coppie di fatto di poter adottare dei figli. È per questo che la coppia di fatto Brunetta-Rotondi è spettacolare: perché uno è cattolico e l'altro decisamente laico, perché parlano di «concerto con il mondo cattolico», di legiferazione «indipendentemente dal fatto sessuale», di «assistenza in caso di malattia, successione, diritti relativi all'alloggio». La reversibilità della pensione invece no: sanno che non la spunterebbero. Insomma, Rotondi e Brunetta sono inattaccabili: ecco perché li attaccano. Ed ecco perché tutto il resto è comica, cortocircuito. Il cardinale Angelo Bagnasco che si dice possibilista su un Gay Pride a Genova. Il presidente della Provincia ligure Angelo Repetto, in quota Margherita, e il vicepresidente della giunta regionale Massimiliano Costa, in quota Pd, che viceversa parlano di «manifestazione provocatoria» e di «fatto negativo». A sinistra, in alternativa, si fa bassa propaganda. A Roma, all'una e mezza di notte, una decina di 15enni ha scagliato insulti e bottiglie contro due omosessuali: e ci fosse stato un cane, a margine del solito problema sicurezza, che si sia anche chiesto che accidenti ci facessero una decina di 15enni a spasso per Roma all'una e mezza di notte.

È molto più divertente leggere La Stampa che ha titolato «Via i froci dall'Italia» e ha scritto che attorno al Colosseo «la zona è tradizionalmente di destra con frange apertamente fascistoidi»: questo dopo aver spiegato che la stessa zona ridonda di locali gay che non hanno mai avuto problemi. Nella città che quest'estate si è sperticata in manifestazioni gay, e che ha pure la sua veltroniana «Gay Street», il polso di una Capitale lo hanno dato dieci quindicenni: «Roma città aperta ai fascisti» ha titolato un'Unità inutilmente orfana di Padellaro & Colombo; «Rom seviziati, violenze sui gay, siamo ancora una democrazia?» riusciva invece a titolare Liberazione, aspettando il diluvio. Destra imbarazzata, sinistra imbarazzante.

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