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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Ma fino a quando le speranze dei gay possono essere appese solo alle toghe?
Ma fino a quando le speranze dei gay possono essere appese solo alle toghe?
La giustizia più avanti della politica
Domenica 13 Luglio 2008
di Delia Vaccarello da "1,2,3...liberi tutti de l'Unità"
in Focus

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di Delia accarello

Va bene che la speranza è l’ultima a morire, ma vivere di «speranze terminali» non è affatto facile. Danilo Giuffrida ha vissuto di speranze fino a ieri, quando il tribunale ha stabilito che il ministero della Difesa e quello dei Trasporti gli devono un risarcimento di centomila euro.

Il giovane si era vista ritirare la patente perché gay. L’assurdità ha dimensioni extra-large. Alla visita di leva non aveva nascosto il suo orientamento sessuale ed era stato bollato come affetto da «disturbo dell’identità sessuale». La motorizzazione ne fu informata, e la patente venne sospesa. Che significa? Che c’è un modo etero di guidare, di stringere il volante, di pigiare sul freno, di fare retromarcia? E dunque se sei gay non ce la fai? Eppure da oltre tre decenni l’Organizzazione mondiale della Sanità ha cancellato l’omosessualità dal novero delle malattie mentali. Ma questo vale per il «mondo» appunto, non per i nostri dicasteri Difesa e Trasporti. Danilo Giuffrida, però, ha sperato. Si è rivolto a un legale, e ha aspettato sia l’autobus, visto che con la patente c’era qualche problema, sia la giustizia. A riconoscergli il diritto di guidare è stata la magistratura, a conferma che da noi la via dei ricorsi sembra praticabile, mentre quella politica si sta drammaticamente chiudendo. La stagione dei pride appena trascorsa lo ha messo in luce. La ministra Carfagna ha dichiarato che i gay non sono poi così discriminati. Non a caso, quindi, i fondi destinati a una ricerca Istat sulle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale, previsti da Barbara Pollastrini, sono stati tagliati. I percorsi dei pride nell’era quarta berlusconiana hanno dato un segnale chiaro: al pride di Roma è stata negata piazza San Giovanni, stracolma lo scorso anno più del family day; il pride di Bologna ha sfilato per tanti chilometri fuori dal centro. Le manifestazioni per la richiesta dei diritti civili sono state confinate a marce che i governanti non stanno neanche a guardare. A iniziative da depotenziare, silenziandone come si può l’effetto di testimonianza, di messaggio. Restano cortei che servono alla comunità gay per affermarsi, per dire «ci siamo», e siamo capaci di portare in piazza tanta gente, ma rischiano di avere una voce debole che non arriva alla intera società.

A differenza delle altre parate che si sono svolte dal 2000 allo scorso anno, la stagione dei pride 2008 ha segnato una svolta: fino a ieri si sperava nella conquista dei diritti, con l’avvento del governo Berlusconi, la speranza che è l’ultima a morire, soffre parecchio. Che fare? Danilo Giuffrida ha fatto ricorso alla magistratura, e dopo un lungo iter ha vinto. C’è in atto da parte di molte coppie gay assistite da gruppi legali la richiesta di pubblicazione degli atti per convolare a nozze, richiesta che sarà negata, rifiuto che diventerà, appunto, oggetto di ricorso, fino ad arrivare alla Corte Europea. La speranza è appesa solo alle toghe? Resta, da portare avanti, indefessa, la battaglia culturale che è la battaglia per la comunicazione tra i cittadini, che non debbano sentirsi più estranei, isolati, e abbandonati dalla politica come oggi si sentono in molti, omosex compresi.

La comunicazione smorza il conflitto sociale. Un governo che nega discriminazioni e povertà di diritti manipola la realtà, altera l’informazione, fomenta gli scontri. Favorire la comunicazione tra le varie parti della società che è un corpo unico – tra i gay, i cattolici, le famiglie, i poveri, ecc. ecc. - diventa allora tra i primi doveri della politica che si pone dalla parte dei cittadini. Perché i cittadini, etero e gay, non restino soli e possano avere la piena speranza di convivere ed essere rappresentati.

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