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| La normalità gay scandalosa per il ministro-soubrette |
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| "Le carnevalate fatte di nudità e abiti eccentrici dei trans erano più contenute, gli sberleffi e i travestimenti meno accentuati" |
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| Martedì 10 Giugno 2008 |
| di l'Unità |
| in Focus |
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di Valeria Viganò
Ero lì, in mezzo a una moltitudine umana che camminava pacifica, tra due ali di moltitudine umana che assisteva pacifica. Ogni anno, dall'enorme gay pride mondiale del 2000 ci sono stata, non ho mai mancato. Perché lì, in mezzo al corteo, c'era la mia vita che mi camminava accanto e suggeriva, diceva, spronava: non farti schiacciare nell'ombra, oscura e fredda, fatti baciare dalla luce del sole, dall'aria bella di giugno. Accompagnati alle tue amiche, ai tuoi amici, a chi non conosci, mostra il tuo viso sorridente e senti la tua profonda dignità diventare orgoglio. Dalle finestre, dai negozi aperti, dai marciapiedi chi ci guardava, vedeva il diritto di esistere assumere le forme giocose che nella vita vera spesso si spengono nell'obbligo a un anonimato protettivo, a un confinamento fatto di un invisibile filo di ferro che costringe a uno spazio delimitato. Chi ci vuole male grida: statevene nelle vostre quattro mura, nascondete alla famiglia, ai colleghi di lavoro, ai vostri amici le vostre tendenze, celate nel privato i vostri amori, riponete l'arroganza di pretendere di non essere discriminati. Vivete esposti nel luogo del ricatto, della menzogna, della paura. Di questo vorrebbero che fosse composto il nostro silenzio. Chi vorrebbe esistere in un simile, lugubre, cieco, tremante silenzio? Per questo ero lì, ignorata dalle istituzioni politiche della città dove vivo e voto. Ero lì per quella ragazza, che rivelato il proprio lesbismo alla madre, si è presa una coltellata in pancia, ero lì per quel ragazzo, che per la stessa ragione, è stato massacrato dal padre. Ero lì per tutti i gay che come figli rivelano alle famiglie la propria omosessualità e in cambio non ricevono coltellate ma emarginazione, dolore, disprezzo, sotto forma di allontanamento, distacco, parole di condanna. Ero lì e mi sono accorta, come tanti, che le carnevalate fatte di nudità e abiti eccentrici dei trans erano più contenute, gli sberleffi e i travestimenti meno accentuati, serpeggiava un senso di normalità esteriore, pochi trucchi, più verità della realtà, quella di tutti i giorni, che fa distinguere poco la diversità. Perché forse tutta questa diversità non c'è. Ma non è omologazione, è diversificazione. Laddove la diversità è solo un'altra interpretazione della vita che soggiace ai medesimi riti dell'amore, della procreazione, di famiglia gay unite e anche di abbandoni, tradimenti, perdita del lavoro, solitudine. Insomma l'essere umano nelle sue immense possibili forme, ognuno diverso dall'altro solo per storia, carattere, intelligenza, capacità. Eppure, violentemente attaccata, questa diversità poliedrica si deve difendere, persino da una soubrette che adesso fa il ministro delle Pari Opportunità e non sa nemmeno il significato delle due parole messe insieme. Ecco perché ero lì. E ne sono contenta. Questo articolo ha ricevuto 175 visite.
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