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| Il caso Matteo "icona gay" |
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| di Paolo Hutter |
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| Venerdì 28 Settembre 2007 |
| di Liberazione |
| in Focus |
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Era entrata nella coscienza collettiva degli italiani la vicenda di Matteo Maritano, il 16enne torinese che viveva con la madre filippina, suicida dal balcone di casa ai primi di aprile. Forse gay; di certo - per dichiarazioni subito fatte dalla madre - deriso dai compagni per presunta omosessualità. Ora non solo la Procura di Torino ha deciso l'archiviazione del caso, ma in una conferenza stampa tenuta dal pm Paolo Borgna e dal procuratore capo Maddalena, ha preso apertamente posizione contro la montatura che a loro dire i mass media e i gruppi gay avrebbero fatto del caso. Il povero ragazzo sarebbe indebitamente diventato "un'icona gay" e la scuola da lui frequentata, l'istituto Sommeiller, sarebbe stata ingiustamente additata come responsabile. Con molto meno clamore, qualche mese fa, un ispettore ministeriale inviato da Fioroni, aveva riscontrato "nulla di significativo" nell'ambiente scolastico e aveva chiuso l'ispezione escludendo episodi significativi di bullismo ai danni di Matteo. Quell'archiviazione era stata gestita in punta di piedi, questa archiviazione della Procura è stata invece annunciata e gestita con rulli di tamburo, quasi si trattasse di una contro-offensiva nei confronti della combutta tra il vittimismo della lobby omosessuale e la superficialità dei mass media. Ed è assai probabile che così qualcuno la vorrà gestire, mettendo magari tra parentesi il fatto che in questo modo si accusa più o meno direttamente la madre Priscilla Moreno, la semplice colf filippina che avrebbe inventato la teoria della derisione omofobica. Viene voglia di reagire accusando di maschilismo e omofobia la Procura di Torino. Soprattutto quando il Pm Borgna, a riprova della sua archiviazione, cita il fatto che sul cellulare dello studente suicida sono state trovate solo foto delle sue amiche, e questo proverebbe che il ragazzo non era gay, e questo proverebbe che non ci può essere stato bullismo antiomosessuale nei suoi confronti… Che ragionamento. Ma non facciamo una rissa postuma sulla tragedia di un adolescente. Come di fronte a qualunque suicidio, occorre ragionare con fermezza ma anche con calma e fare alcune distinzioni.
Nessun ha mai detto o insinuato che i compagni di scuola di Matteo fossero passibili di istigazione al suicidio.
Era del tutto improbabile, anzi era scontato, che da un punto di vista giudiziario non ci fosse nulla di rilevante. Era anche logico che le prime dichiarazioni della madre - si è suicidato per colpa dei suoi compagni di scuola - dovessero essere considerate un po' più pacatamente, innanzitutto perché è rarissimo che un suicidio abbia una così marcata causa esterna. Ma è anche impossibile che una modesta casalinga cattolica filippina si vada a inventare di sana pianta che il figlio era a disagio perché gli dicevano «sei come Jonatan del grande fratello». E' possibile che più o meno consapevolmente la madre volesse dare una colpa, non che si potesse inventare da sola una storia così diversa dalla sua esperienza. E' possibile che nella vicenda specifica di Matteo, nella sua depressione grave, la verità sia un mix di vari fattori, e che le prese in giro nei confronti della sua scarsa mascolinità non siano state determinanti. E' peraltro assai probabile, per non dire certo, che dietro altri suicidi di giovanissimi ci sia il peso dell'omofobia, ma in quei casi anche della omofobia della famiglia che poi riesce a non far filtrare niente di niente. E' toccato così a Matteo diventare l'emblema di altre vittime ignote. In un anno così difficile per la vicenda dei diritti omosessuali non c'è bisogno di insistere per attribuire la responsabilità di uno specifico suicidio. Ma non c'è bisogno di scusarsi per avere chiesto attenzione e solidarietà. Questo articolo ha ricevuto 183 visite.
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