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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Gli sceriffi della «normalità»
Gli sceriffi della «normalità»
Rispetto al nazismo storico, quello strapaesano dei nostri giorni ha una sicura aggravante. Dispiega tutta la sua cattiveria non più nell'intento di dominare il mondo
Venerdì 10 Agosto 2007
di Il Manifesto
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Marco Bascetta

Rispetto al nazismo storico, quello strapaesano dei nostri giorni ha una sicura aggravante. Dispiega tutta la sua cattiveria non più nell'intento di dominare il mondo, che è pur sempre un'impresa di torva grandezza, ma in quello assai più modesto di amministrare Verona e Treviso. Nel tentativo di carpire il voto dei coniugi di Erba, beninteso prima della strage che li ha precipitati dal campo moderato a quello estremista, sindaci e prosindaci leghisti, ma non solo, schierano guardie e ruspe per cancellare i moventi «moderati» del delitto estremista di Olindo e Rosa, loro ideali elettori: il fastidio per il rumore, il viavai equivoco, la sregolatezza, la contiguità con gli extracomunitari. Né si ritraggono, costoro, dall'impiegare eleganti metafore come quella della «pulizia etnica» per designare le proprie imprese d'ordine.

Politici e amministratori meno avvezzi al linguaggio da camicia bruna ubriaca, proprio del famigerato Gentilini, riassumono la repressione di ogni comportamento contrario alla morale comunale e allo stile di vita omogeneo e controllato che ne consegue con l'espressione, tanto velenosa quanto apparentemente innocua, di lotta al «degrado urbano». Ambulanti, nomadi, omosessuali, prostitute, immigrati, studenti nottambuli, amanti occasionali costituiscono il fattore umano del «degrado» da combattere al pari dei fattori inorganici come lo smog. E se lo «sceriffo di Treviso» e il sindaco di Verona Flavio Tosi sono considerati folklore, Cofferati e Chiamparino si presentano come campioni della «convivenza civile» formato Partito democratico. Tutti li accomuna una idea di normalità senza attriti e senza varianti, nonché l'appiattimento su un presunto senso comune, in buona parte costruito dai media.

Non si tratta di stravaganze occasionali, di fenomeni da baraccone, ma della traduzione, ciascuno al suo livello culturale, ciascuno guardando al proprio elettorato, di uno stesso inquietante clima culturale. Quello che ha prodotto il Family day e la forsennata campagna contro la procreazione assistita e il testamento biologico, quello che pretende la sicurezza, intesa come riduzione delle tutele e delle garanzie, essere «né di destra né di sinistra» (Veltroni). È l'assunzione, a volte implicita, altre esplicita, di quel «diritto naturale» e di quella verità prepotente propugnati dalla chiesa di Ratzinger, l'imposizione di una «condotta normale» rispetto alla quale tutto il resto è devianza quando non crimine.

Incontrastato, più spesso blandito, il fondamentalismo pontificio prosegue diritto per la sua strada, stringendo la mano a un agitatore antisemita come Tadeus Rydzyk, direttore della famigerata Radio Maryja, l'emittente polacca specializzata in campagne contro gli ebrei. La diplomazia vaticana può ben minimizzare il senso del breve incontro, ma lo scandalo non è che Ratzinger abbia ricevuto Rydzyk, bensì che la chiesa tolleri un simile obbrobrio nel suo seno... Di certo lo sceriffo di Treviso e il propagandista antisemita si piacerebbero, hanno una cultura comune e godono della medesima tolleranza.



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