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| Omosessuali uguali a noi nel corpo e nello spirito |
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| Non loro sono malati, dunque, semmai lo è il nostro acerbo e ingeneroso modo di pensare |
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| Mercoledì 08 Agosto 2007 |
| di Libertà |
| in Focus |
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Di Giorgio Macellari
Di tanto in tanto - ora più spesso - il tema dell'omosessualità guadagna le prime pagine di molti quotidiani. L'ultima occasione s'è avuta perché qualcuno ha denunciato un bacio pubblico fra due gay e perché, di rimando, gruppi di gay si sono riuniti a baciarsi per protesta. Non è semplice spiegare le ragioni di tanta attenzione, quasi sempre contaminata da pruriginosi sussulti di riprovazione.
Di fatto l'omosessuale - soprattutto se di genere maschile - ha storicamente subito le sferzate di una discriminazione che, spesso, ha oltrepassato i confini del vivere civile e giustificato le più svariate condanne, dall'ostracismo al pestaggio, fino alla morte. Ma è della metà di luglio scorso l'ordinanza di un giudice romano che ha ammesso come parte civile il compagno di un omosessuale ucciso a coltellate, stilando una decisione che farà epoca.
In sostanza il giudice ha riconosciuto al convivente dello scomparso alcuni diritti che, fino al giorno prima, venivano negati a lui e a quanti - omosessuali - vivevano insieme fra le stesse mura. Non tanto il concreto diritto, come in questo caso, ad un risarcimento, quanto il diritto ad esistere come "coniuge" e come persona. Ed è su questo dettaglio che vale la pena di soffermarsi.
Che un omosessuale debba essere considerato persona sembrerebbe pacifico, ma non è affatto così, a quanto pare. Nonostante la mancanza di giustificazioni per negare anche a questi esseri umani di essere confratelli degli altri umani, una diffusa mentalità ne ha sempre voluto sottolineare - quasi sempre con disprezzo, talora con una pietà fuori misura - la loro anomalia, il loro essere uno scherzo di natura o addirittura un'entità contronatura, come se la natura si fosse sbagliata nel concepirli e spettasse dunque all'uomo rimettere ordine in quel suo disgustoso pasticcio. Ma la debolezza di questa mentalità è grande: se così fosse, la società umana dovrebbe relegare nello stesso circo delle bizzarrie i nani e i down, gli affetti da anemia falciforme e i pigmei, i nati deformi e i diabetici infantili, albini e ipotiroidei con cretinismo, schizofrenici, depressi e transessuali; e destinarli tutti quanti ad una medesima emarginazione. Invece la società civile fa un'altra cosa: li accoglie, li protegge, se ne prende cura, si sforza di garantire anche a loro modi di vita umani.
Li tratta come persone. Perché li riconosce come persone. E visto che l'omosessuale avverte in modo istintivo la propria inclinazione verso individui dello stesso genere, di solito nell'adolescenza, quasi sempre con paura e preoccupazione; visto che non viene educato verso quell'inclinazione da istituzioni sadiche, ma ne sente spontanea l'urgenza, proprio come accade agli eterosessuali; visto che la natura è democratica nel diffondere l'omosessualità fra la maggior parte delle specie animali e che dunque questo orientamento non è contronatura, né inquinato da una peccaminosa attrazione per il vizio; forse allora converrebbe - anziché bollarla come anomalia e condannarla senza appello - riconoscerla, e adattare ad essa la nostra paura del diverso e la nostra superficiale tendenza a sbarazzarci di ciò che ci disgusta o non si confà al nostro pensiero. Perché noi li immaginiamo, questi omosessuali, nella loro vicenda quotidiana, custodi di un amore che può essere più a fatica esibito e condiviso, come invece a noi etero è largamente concesso; li immaginiamo accarezzarsi nell'intimità e amarsi in modi che non sono affatto dissimili da quelli che consacrano gli amori etero; li immaginiamo augurarsi la buona notte e il buon giorno; salutarsi affettuosamente prima che la giornata li separi; soffrire per gli inevitabili conflitti, lutti e dispiaceri che costellano le loro vite discrete, esattamente come accade a noi, che ci sentiamo da loro "diversi"; e li immaginiamo gioire di un acquisto sul mercato o di un regalo offerto, di una vacanza goduta insieme o di una serata trascorsa con amici. E anche i loro amori, quando si sciolgono, li fanno soffrire, come soffriamo noi nel momento in cui ne dichiariamo con tristezza il fallimento.
Quei diversi sono uguali a noi, nel corpo come nello spirito, nelle paure come nelle aspirazioni, nel sonno come nella morte. Solo forse soffrono più di noi perché la natura - non la grande, fantasiosa Natura, ma quella umana, più piccina e rigida - li vuole etichettare come aberrazioni malate, devianze nauseabonde cui non è consentito assegnare il valore della persona. Non loro sono malati, dunque, semmai lo è il nostro acerbo e ingeneroso modo di pensare. Ma quando lo specchio che ci rimanda indietro l'immagine del nostro pensiero non ci piace, più che rompere lo specchio bisognerebbe avere l'intelligenza e l'umiltà di cambiare pensiero. Un forte abbraccio a tutti gli omosessuali.
Giorgio Macellari Questo articolo ha ricevuto 178 visite.
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