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| Una diversa strategia |
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| Di Giovanni Dall'Orto |
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| Venerdì 20 Luglio 2007 |
| di Pride |
| in Focus |
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L’ultimo congresso nazionale Arcigay ha preso atto della fine del rapporto fra mondo gay e mondo dei politici di professione. E non perché i politici, al loro solito, promettono e non mantengono: nel nostro caso i politici non vogliono neppure promettere un bel nulla.
La situazione è insomma bloccata e occorre cambiare strategia. Questo governo ha messo in chiaro di non avere intenzione di approvare nessuna legge per i gay, e visto come sta governando (tutto spostato a destra) è palese che alla scadenza del mandato i suoi elettori non hanno alcun motivo per riconfermarlo. Quindi ci aspettano altri cinque anni di Berlusconi, un nome che è una garanzia di omofobia aggressiva. Tirando le somme: abbiamo davvero voglia di aspettare da cinque ad otto anni solo per poter ricominciare a discutere? Io no.
Per questo motivo sono arrivato alla conclusione che se la strada politica è bloccata, occorre prendere esempio da ciò che hanno fatto i gay in altre nazioni quando si sono trovati di fronte a una situazione analoga: seguire la via giudiziaria.
Purtroppo i gay italiani non hanno l’abitudine di far valere i loro diritti in tribunale. E visto il nostro medievale sistema giudiziario, si capisce anche perché. Eppure, se tutte le strade comode sono bloccate e l’unica strada percorribile rimane questa, non credo rimanga molta scelta: o qualcuno conosce un metodo miracoloso per sbloccare le altre (e allora che lo tiri fuori), oppure questa è la sola che ci rimane. Scomoda o no che sia.
Non sto parlando di un ricorso alla Corte europea: quello arriverà (Alessio De Giorgi e Christian Panicucci hanno annunciato di voler arrivare fin lì per ottenere il riconoscimento in Italia del loro Pacs francese, e il loro ricorso è già partito da anni), ma ci vorrà tempo: la Corte europea si esprime infatti solo su casi che abbiano già completato l’iter giudiziario nel paese d’origine. Quindi è dai tribunali italiani che occorre partire, possibilmente subito perché l’iter porta via molti anni.
La situazione è meno sfavorevole di quanto si pensi: l’Italia ha sottoscritto una serie di trattati ed impegni europei che non sta rispettando. Oltre a ciò, la posizione della classe politica italiana è semplicemente al di fuori della realtà e crea contraddizioni che, se non risolte dal potere legislativo, è espressamente previsto possano essere risolte dal potere giudiziario, con sentenze che come si dice in gergo “facciano giurisprudenza”. Ad esempio, un cittadino francese pacsato non può sposarsi, ma se si trasferisce in Italia, dove ai pacs non è riconosciuto alcun valore, risulta completamente “celibe” e libero. Queste sono contraddizioni destinate ad esplodere: i politici sperano che ciò accada il più tardi possibile, mentre ovviamente noi dovremmo lavorare affinché ciò accada il più presto possibile.
Ancora: se non c’è verso di ottenere una legislazione contro i crimini d’odio contro le persone lgbt, nessuno impedisce di usare, intanto, le normali leggi contro i crimini. Eppure quando Paolo Ferigo ha denunciato i suoi aggressori, ha dovuto sormontare una marea di tentativi di dissuasione, inclusivi di suppliche a “non rovinare una famiglia”. A tal punto, nella mentalità corrente in Italia, aggredire un omosessuale è ritenuto una questione priva d’importanza.
Dobbiamo quindi essere noi gay ad insegnare al Paese che se non è davvero capace di rispettare i gay, può comunque imparare finalmente a temere le conseguenze dei reati contro di loro. Perché la verità amara è che in Italia i gay non denunciano mai, mai e poi mai le violenze di cui sono vittime. “Non ne vale la pena”, pensano. E così incoraggiano il prossimo reato contro di loro, grazie al senso d’impunità di cui gode chi delinque contro le persone lgbt.
Io penso che non sia più concepibile che un Prosperini inciti a torturare ed assassinare i gay, e che l’Arcigay non lo quereli il giorno dopo per apologia di reato. Non è più concepibile che solo in Italia si possa parlare pubblicamente dei gay come di “culattoni” senza che parta mai una querela per insulti. Non è ammissibile che medici legati a gruppi ultracattolici promettano “guarigioni” dell’omosessualità, senza che nessuno faccia ricorso all’Ordine dei medici. Non è possibile che il gay o la lesbica che cerca di denunciare un reato si veda respingere da un commissariato dietro l’altro con le scuse più ridicole senza che parta un esposto sull’operato di pubblici ufficiali che rifiutano di compiere il loro dovere.
Non è possibile che ci siano leggi che già ci proteggono, e che noi non usiamo, e che i primi a non usarle siano proprio i movimenti gay. A che ci serve chiedere nuove leggi per i gay, se poi non usiamo neppure quelle che già ci sono? Mano alle carte bollate, allora!
Discutendo di queste mie opinioni ho notato che molti altri gay, indipendentemente da me, erano arrivati alla mia stessa conclusione. Mi piace pensare che questo sia un segno del fatto che forse è la situazione ad imporci, oggettivamente, questa scelta.
Potrei ovviamente sbagliarmi. Ma discutere dell’opportunità di esplorare questa strategia potrebbe non essere inutile. Tanto, visto quel che abbiamo ottenuto con quella seguita fino ad oggi, non abbiamo nulla da perdere... Questo articolo ha ricevuto 183 visite.
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