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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Torniamo a parlare di Di.Co
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Nel nostro Paese si contano circa 1.200.000 "coppie di fatto"
Giovedì 05 Luglio 2007
di AprileOnline.info
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di Serena Vella



I portabandiera della battaglia contro il riconoscimento di forme di convivenza stabile alternative alla famiglia dimenticano che un diritto, per esser tale, deve esser riconosciuto a tutti, altrimenti è un privilegio, e che "predicare virtù pubbliche per praticare vizi privati" è una cattiva abitudine che la storia ci ha ormai svelato

Da molti anni ormai, in Italia le analisi statistiche attestano una forte diversificazione delle forme di convivenza fra le persone e dei sistemi di relazioni affettive e di assistenza: oggi nel nostro Paese si contano circa 1.200.000 "coppie di fatto" a dimostrazione che la famiglia tradizionalmente intesa non rappresenta più l'unico modello di relazione tra le persone.

Alcune forme di convivenza diverse dalla famiglia legittima esplicitamente riconosciuta dall'art. 29 Costituzione ("società naturale fondata sul matrimonio") sono già state oggetto di attenzione da parte del nostro ordinamento giuridico; il riferimento è alla c.d. famiglia di fatto, formula con la quale si usa definire quell'unione tra soggetti di sesso diverso in cui manca il vincolo matrimoniale e che si basa sull'"affectio" e sul reciproco spontaneo rispetto dei doveri familiari. La sua enorme diffusione sociale ha portato la giurisprudenza a confrontarsi lungamente sul tema della sua rilevanza giuridica e sulla disciplina dei rapporti che ne discendono. La questione è resa ancora più complessa dal fatto che la richiesta di riconoscimento di tale forma di unione si è fatta sempre più forte anche da parte di persone dello stesso sesso.



Ad oggi manca un impianto normativo globale ed organico che disciplini questi rapporti e le sporadiche norme attribuiscono solo taluni effetti giuridici isolati, creando così una situazione di vuoto normativo che uno Stato democratico e di diritto ha il dovere di colmare per garantire pari diritti ed eguale dignità a tutti i suoi membri. A questo obiettivo cerca di rispondere il disegno di legge governativo sui DI.CO., appositamente intitolato "Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi", e finalizzato al riconoscimento di taluni diritti e doveri discendenti da rapporti di convivenza registrati. I beneficiari del provvedimento sarebbero "due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale".

I diritti fruibili sono diversi a seconda della durata della convivenza: diritti e tutele del lavoro dopo tre anni, diritti di successione dopo nove anni. Tra questi merita di essere segnalato, quale esempio di civiltà giuridica, il diritto a designare il convivente come rappresentante in caso di malattia invalidante (...) e in caso di morte per la donazione degli organi e le modalità di trattamento funerario (...).



Il disegno di legge è stato caratterizzato da accese polemiche e fatto oggetto di strumentalizzazioni politiche che hanno inquinato il pur giustissimo dibattito richiesto quando occorre legiferare su temi così complessi e delicati. Si è così "sapientemente" parlato dei DI.CO. come un attacco all'istituto della famiglia come inteso dall'art.29 Cost. e come apripista verso il matrimonio tra omosessuali o il riconoscimento del loro diritto all'adozione. Alcuni chiarimenti si impongono dunque per onestà intellettuale.



Intanto il provvedimento sui DI.CO. non intende scardinare l'istituto della famiglia di cui all'art. 29 ma dare attuazione all'art. 2 Cost., che "garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui di svolge la sua personalità", nonché all'art. 3 che sancisce "l'eguaglianza dei cittadini (...) senza distinzioni di sesso (...)". Non può dubitarsi che le unioni di fatto, omo ed etero, siano formazioni sociali dove un aspetto essenziale è il libero sviluppo della personalità: dar loro riconoscimento vuol dire attuare l'art. 2. Mentre rendere effettivo l'art. 3 vuol dire riconoscere pari dignità sociale e garantire l'eguaglianza dei cittadini che scelgano di non sposarsi o di quelli che abbiano un orientamento sessuale diverso e che si uniscano in convivenza. Come evidenziato da Rodotà "in questo sta la dimensione costituzionale del progetto di legge", una Costituzione laica che sancisce la "inviolabilità" dei diritti e non la loro "inestensibilità". Ed a Mons. Sodano che si chiede "si parla di desideri o diritti veri?", pare più giusto chiedersi "come, quando e chi definisce un vero diritto?".



Se bastassero le leggi date in un certo momento ( come dice F. Colombo) sarebbe ancora vigente il sistema familiare patriarcale fascista in cui la donna era solo creatura obbediente al suo destino biologico e alla funzione riproduttiva, la violenza sessuale sarebbe ancora un delitto "contro la morale" anziché "contro la persona" (come fino al 1996!), le donne sarebbero costrette a morire sulle tavole delle mammane per sottoporsi all'aborto clandestino e ad essere mogli a vita anche se all'interno di un matrimonio infelice e teatro di violenze. Al grande cambiamento morale e giuridico prodottosi negli anni '70 del secolo scorso in seguito alle battaglie per l'emancipazione ed i diritti, si opposero, tra l'altro, allora come oggi, forze politiche presuntamente moderate, che pur affermano di fare della tutela delle persone la loro ragione di esistenza. Questa contraddizione oggi si ripropone in quei deputati e senatori che, pur contrari ad ogni regolamentazione dei diritti dei conviventi, beneficiano di un sistema privilegiato di cospicue tutele sanitarie e previdenziali per i propri conviventi, come quello previsto sin dal 1992 dai regolamenti parlamentari.



I portabandiera della battaglia contro i DI.CO. dimenticano che un diritto, per esser tale, deve esser riconosciuto a tutti, altrimenti è un privilegio, e che "predicare virtù pubbliche per praticare vizi privati" (N. Vendola) è una cattiva abitudine che la storia ci ha ormai svelato. E come trascurare la campagna di anatemi di una parte della Chiesa la cui gerarchia talvolta sembra non aver occhi per vedere se non se stessa?. Una pericolosa "ideologizzazione della teologia" ha portato l'arcivescovo Bagnasco a sostenere che "il riconoscimento di forme di convivenza stabile alternative alla famiglia porterebbe domani alla legalizzazione dell'incesto e della pedofilia tra persone consenzienti" (!) Un'affermazione, oltre che gravemente lesiva del diritto alla diversità di opinioni, tra l'altro priva di alcun riscontro/fondamento sociologico visto che, dalle indagini svolte dai numerosi organismi che operano sul tema della violenza è emerso come la stragrande maggioranza degli abusi su donne e minori si consumano all'interno delle mura domestiche e che proprio la intoccabile "sacralità" della famiglia tradizionale spesso inibisce le vittime e le induce al silenzio. L'affermazione di Mons. Bagnasco giungeva, inoltre, proprio nei giorni dello scandalo degli abusi contro bambini e giovani donne da parte del prete di una parrocchia vicino Firenze, già portati a conoscenza di una diocesi che, tuttavia, aveva ritenuto fino ad oggi di poter "far da sé", sprezzante dei doveri morali di denuncia di così gravi reati alle competenti autorità civili! E' chiaro che lo sdegno verso queste dichiarazioni non cancella il profondo rispetto verso quella Chiesa e quella tanta parte dei credenti che riconosce la verità e la ricchezza delle scelte soggettive, anche di quelle in contrasto con gli orientamenti dottrinari della Chiesa, nel presupposto che le coppie si amano o non si amano a prescindere dal fatto siano vincolate religiosamente, civilmente o "di fatto". Perché vi può essere una totale mancanza d'amore, solidarietà e rispetto anche nelle relazioni tra persone che si sono giurate eterna fedeltà reciproca davanti ad un altare o ad un sindaco. Perché "nella prospettiva cristiana non è il rito a render sacro l'amore...la sacralità è propria dell'amore e l'amore è sempre nella dimensione di promessa religiosa, che si sia o no credenti, perché può anche terminare ma non è mai a termine. L'amore rappresenta la crisi della norma... ed è esattamente il contrario del potere..." (S. Tarter). Per questo nessuna Chiesa e nessun potere dovrebbe disprezzare il desiderio di due persone, etero od omosessuali che siano, che volendosi bene chiedono la protezione giuridica (non solo in "autonomia privata") della loro unione fatta di diritti ma anche di doveri, anche se diversa dalla famiglia tradizionale ma frutto della evoluzione delle strutture sociali. In queste "unioni" i figli non saranno meno tutelati di quanto possano esserlo in una famiglia, sia pur tradizionale, ma tuttavia minacciata non tanto dall'allargamento dei diritti bensì da una condizione di solitudine e precarietà e da una fragilità ed instabilità dei rapporti umani frutto di un modello sociale di sviluppo economico sempre meno solidale e sempre più egoistico.



Il 2007 è stato dichiarato dall'Unione Europea "Anno europeo delle pari opportunità"; non perdiamo l'occasione per recuperare il gap che ci separa dagli atri Paesi nella regolamentazione delle unioni civili; dibattiamo con opinioni diverse ma senza pregiudizi ideologici per il rispetto della dignità e della libertà umana ed il riconoscimento delle diversità.

Senza seguire la via dei fondamentalismi e delle crociate ma quella del DIRITTO "la cui grandezza risiede non nelle norme stabilite dalla natura ma proprio nella nostra capacità di assegnare diritti" (R. Bodei).



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