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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
L’Italia nega i diritti a una grande minoranza
L’Italia nega i diritti a una grande minoranza
di ENRICO PIZZA
Giovedì 21 Giugno 2007
di Il Messaggero Veneto
in Focus

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Una piazza di un milione di persone. Forse meno, d’accordo. Ma certamente quanti e forse più ne ha portati il Family day. E allora, se qualcuno ha mentito, questo si deve rintracciare tra gli organizzatori del 12 maggio e, in questo caso, i loro confessionali sono aperti per fare ammenda. Quello che resta del Gay pride è una grande manifestazione di una minoranza, la più grande mai vista in Italia: 50 circoli Arcigay non hanno mai avuto l’ambizione di competere con 26 mila parrocchie. Una minoranza è e resta tale. Ma chiede dei diritti di una semplicità inaudita, che nulla tolgono alle famiglie eterosessuali. La San Giovanni in Laterano di sabato scorso, diversamente dal Family day, non intendeva negare nulla a chicchessia, ma solo allargare la sfera dei diritti. Cosa che serve agli omosessuali, ma anche alla nazione per dirsi giusta. Per quanto riguarda i doveri, va chiarito una volta per tutte: i nostri doveri di cittadini li assolviamo nel momento in cui rispettiamo le leggi e paghiamo le tasse fino all’ultimo euro. Altrimenti, come nelle lotte della borghesia per il diritto di voto, si potrebbe far valere il no taxation without representation. Oggi abbiamo certo il diritto di voto, ma non la dignità di vedere riconosciuti i nostri rapporti di coppia, come accade nella stragrande maggioranza dell’Unione europea. L’Italia, insomma, a causa del fondamentalismo religioso, è tanto lontana da Bruxelles quanto più vicina a Teheran. Questo è il contesto in cui una piazza ha urlato la propria rabbia verso le gerarchie cattoliche che un giorno sì e l’altro pure hanno offeso le persone omosessuali, paragonandole addirittura ai pedofili. Abbiamo forse sentito una parola di carità per il suicidio del giovane Matteo gettatosi dalla finestra perché distrutto dalle offese dei propri compagni? Per fortuna i preti nelle parrocchie sono migliori di come li vorrebbero i loro superiori, ma sono tutti costretti a imbarazzanti silenzi o faticose diplomazie.

Sabato è stato anche espresso il proprio sdegno verso una classe politica pavida che, invece di procedere nella realizzazione del programma dell’Unione (firmato anche dalla Binetti e da Mastella), si perde in stupide divisioni per assicurarsi la passerella dei Tg della sera, che, invece di parlare dei fatti realizzati, ci raccontano le opinioni dei politici sui fatti che non fanno. Siamo sicuri che una piazza eterosessuale e di sinistra oggi non avrebbe espresso altrettanti fischi al governo? L’anno trascorso ha esacerbato gli animi di tutti, e tra un milione di persone – finché è garantita la libertà d’espressione – vi è anche chi non sa controllare il proprio modo di restituire il conto a chi ha usato i mass media a lungo contro di te. Ma la stragrande maggioranza del movimento di gay, lesbiche, bisessuali e transgender sa bene che cosa e come chiederlo alla politica. È lei che non risponde. Chi si sofferma sulle piume di struzzo per negare la richiesta di diritti civili è incapace di fare politica, ovvero avere una visione ampia e dare risposte concrete. Cari i nostri dipendenti eletti, fate il vostro dovere prima che la rabbia e lo sdegno siano incontenibili anche per chi scrive. E il prossimo anno il Gay pride sarà solo una festa per la ritrovata coesione sociale.

* Promotore di Arcigay nel 1989

consigliere comunale a Udine

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