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| Gay pride. La piazza del peccato |
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| di Lidia Ravera |
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| Giovedì 17 Maggio 2007 |
| di l'Unità |
| in Focus |
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«Se la Chiesa sul Gay Pride fa il disastroso errore di richiedere divieti e censure, trasforma in una roba clericale una grande giornata di cristianesimo illuminato, egemone e chiaro... se poi fosse una carnevalata sguaiata, sarà giudicata dall’opinione pubblica e la chiesa troverà i modi più giusti per dire che è una pecionata, una volgarità».
Parole sante, dette con l’abituale sicurezza di giudizio, dal «laico papista», Giuliano Ferrara. Le ho lette su La Stampa. La materia del contendere attiene alla toponomastica politica. Per la precisione si dibatte sulla liceità che Piazza San Giovanni venga concessa agli omosessuali dopo che è stata calpestata da mezzo milione di piedi eterosessuali, regolarmente coniugati presso la parrocchia del luogo di provenienza, spesso sponsor della gita a Roma. Eh no, dicono gli integralisti catto-repressivi, il sacrilego sandalo del gay, l’espadrilla della femminista, lo zoccoletto della figlia naturale di genitori conviventi nel peccato, non può marciare verso Nostra Signora delle Piazze. Ferrara, che - thanks God - almeno non è scemo, sconsiglia le persecuzione, e noi, laici non troppo papisti, gliene siamo riconoscenti.
Ma nessuno ricorda che quella Piazza lì, se proprio vogliamo chiacchierare di piazze, è stata prima di tutto nostra? Negli anni gloriosi la riempiva il Pci, in anni più recenti, per esempio, tanto per dare una data, il 14 settembre del 2002, contenne un milione secco di donne e di uomini, forti fieri e beneducati, decisi a menifestare civilmente contro il governo Berlusconi, nel corso della più straordinaria «festa di protesta» del doloroso quinquiennio. Eravamo il doppio del Family-day People, e nessuno aveva pagato il viaggio a nessuno. Anzi, per coprire le spese, si passò col piattino (come in chiesa) e tutti pagarono e alla fine c’erano quasi troppi soldi. Fu una giornata memorabile. E la convocazione di quella folla generosa era stata organizata da un gurppo di volontari via internet, altro che Tiggì e giornali!
Comunque: la giornata del «Family gay» sarà tollerata, perché, come dice la portavoce Roccella, «La chiesa non è omofoba». (vorrei vedere: con tutti i preti pedofili, già usciti allo scoperto... e non certo con un «acting out», ma con un avviso di garanzia) «bensì tollerante e perdonista». Che cosa c’è da perdonare e tollerare? Boh... lo sanno loro, i militanti della normalità benedetta.
E, a proposito di normalità, leggo su La Repubblica, che «in Italia la fascia della anzianità in salute (65-79 anni) ha già superato il 12% della popolazione. Circa sei milioni di individui energici, vivaci, attivi e decisamente ingombranti». Il dato dovrebbe essere confortante: non soltanto la vita si allunga di un anno ogni cinque anni (un rapido calcolo: quando arriveremo ai fatidici 84 noi, donne di 50 anni, l’età media indicata alle signore per morire sarà già sul filo dei novanta), ma, a farci un minimo di attenzione, si può mantenere un fisico adatto alla vita attiva. Poiché siamo i figli del boom demografico, saremo, come siamo sempre stati, la maggioranza della popolazione (quella bianca, i colorati-immigrati sono più giovani e cresceranno moltiplicandosi). Saremo tanti, saremo sani, saremo lucidi e magari, non poniamo limiti né alla provvidenza né alla medicina estetica, anche carini. Si modificherà l’immaginario collettivo o la quarta parte della vita continuerà a essere considerata una malattia e una vergogna? Su questo tema, se ci danno Piazza San Giovanni, potremmo organizzare una manifestazione bi-partisan. La longevità è un «male comune», vogliamo farlo diventare un «mezzo gaudio»? Questo articolo ha ricevuto 201 visite.
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