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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Piazza Navona. Io, Ds, vi spiego quei fischi
Piazza Navona. Io, Ds, vi spiego quei fischi
La sinistra non sembra disporre di un messaggio significativo
Lunedì 14 Maggio 2007
di l'Unità
in Focus

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di Luigi Manconi

Strane storie sotto i cieli di Roma. Sotto il cielo di Piazza San Giovanni, un milione di persone - si dice - per il Family day. Sotto il cielo di Piazza Navona, alcune decine di migliaia di persone - si dice - per la giornata del Coraggio laico. Tra queste ultime, c’ero anch’io: e questo mi porta, su richiesta de l’Unità, a parlare in prima persona. Dunque, a metà pomeriggio sono salito sul palco, presentato da Alessandro Cecchi Paone come autore del primo disegno di legge sulle unioni civili, nel lontano 1995.

E anche come estensore del testo sulle coppie di fatto del programma dell'Unione (approvato e poi modificato), nel più vicino 2005 - sono stato accolto con calorosissimi applausi. Giunto a metà dell'intervento, amareggiato dall'ostilità precedentemente espressa nei confronti dei Ds (o forse per quel riflesso bolscevico che, talora, colpisce i libertari), ho deciso di non tacere sull'accaduto. E, come si legge nei romanzi d'appendice, «con sovrumano sprezzo del pericolo» ho detto, pressoché testualmente, quanto segue: «Penso che la politica non debba ignorare la verità: e quindi voglio essere leale con voi. Io non sono qui a titolo personale, ma rappresento centinaia di migliaia di iscritti, militanti, parlamentari e dirigenti dei Ds, che non sono qui presenti, ma hanno sostenuto, sostengono e sosterranno le unioni civili». Qui una gran parte della folla ha sonoramente fischiato; e io ho aggiunto: «Non dovete dimenticare il lungo impegno del mio partito a favore delle unioni civili e il fatto che la proposta di legge sui Dico porta la firma di un ministro diessino». I fischi non si sono acquietati e, allora, ho così replicato: «Porterò al mio partito e al suo gruppo dirigente i vostri molti applausi e i vostri molti fischi: sono convinto che, in politica, siano utili i primi come i secondi». Poi, per la verità, non è stato difficile concludere tra molti applauisi perché - siamo uomini di mondo - una chiusa rassicurante, non è difficile imbastirla. Ma ciò che è importante è che quei fischi ci sono stati, eccome, e avevano un significato preciso, che mi sembra utile trasmettere ai lettori dell'Unità per come io l'ho inteso.

In quella piazza, i diessini non erano pochi, come ho potuto verificare quando, successivamente, ho attraversato la folla con mia figlia e ho ricevuto molte manifestazioni di amicizia e condivisione. Ma quella presenza non si esprimeva in maniera visibile e dichiarata, attraverso bandiere, gruppi di parlamentari, dirigenti noti. Si è data, dunque, l'impressione - né più né meno - che «i Ds non sono qui». E tale sensazione, evidentemente, risultava ancora più amara perché era tangibile la percezione, anche fisica, della disparità numerica tra i partecipanti alle due diverse manifestazioni. E la consapevolezza che quella di San Giovanni fosse l'esito, anche, di un ingente investimento di risorse e, anche, di una colossale mobilitazione mediatica, e quella di piazza Navona, esclusivamente, dell'impegno autonomo di donne e uomini di buona volontà, non bastava a lenire l'amarezza. Non intendo qui sostenere che il mio partito (mio da così breve tempo e che, per giunta, sta per confluire in una nuova formazione) avrebbe dovuto partecipare in massa alla giornata del Coraggio laico; e capisco perfettamente e, in parte, condivido le molte buone ragioni che potevano e possono far temere l'approfondimento della distanza, se non dell'ostilità, tra le due piazze. Ma questo non doveva impedirci di esserci (nella forma più opportuna, ma esserci): e, soprattutto, di PARLARE. E di parlare non semplicemente a quelle decine di migliaia di persone presenti in piazza Navona (e che sono comunque preziose, e delle quali solo i radicale sembrano curarsi): ma parlare all'intera società. Cosa che nemmeno la sinistra presente in piazza Navona (appassionatamente impegnata a lucrare sull'assenza dei Ds) ha saputo fare. Nè sabato né nei giorni e nei mesi precedenti. Perchò questo è, a mio avviso, il punto cruciale: la manifestazione di piazza San Giovanni è stata così grande e la forza simbolico-mediatica così efficace perché il Family day sembrava avere davvero qualcosa di importante da dire. La sinistra, invece, non sembra disporre di un messaggio altrettanto significativo. Altrettanto ragionevole. Altrettanto urgente. Non è questa la sede per considerare le ragioni antiche e profonde di tale penuria (che rimandano all'incapacità/non volontà di elaborare, con tutta la pazienza e la fatica del caso, un sistema di valori e di categorie morali, non derivati da un'ispirazione religiosa).

Ma, riferendoci al qui e all'oggi (e limitandoci a risalire solo a ieri e a ieri l'altro), possiamo dire che la sinistra tutta - con l'eccezione dei radicali - sconta ancora, e dolorosamente, il proprio «economicismo». Ovvero: per quanti passi avanti siano stati fatti, per quanti mutamenti mentali si siano registrati, la cultura e il programma e l'agenda politica della sinistra resta saldamente agganciata a una gerarchia di priorità (che è anche una gerarchia di interessi e di passioni), dove la sfera economico-sociale risulta sempre prevalente. E fin dominante. Non si vuole qui, evidentemente, ribaltare quell'ordine per affermare il primato della sfera dei diritti civili e delle libertà individuali. Non siamo mica scemi: si vuol dire, più semplicemente, che - in tempi di vacche magre e di battaglie ideologiche - la gerarchia tradizionale di priorità (prima lo «strettamente necessario» dell'economia e, poi, il «superfluo» dei diritti civili) porta, fatalmente, a ignorare questi ultimi: i diritti, appunto.

È un gravissimo errore. Si pensi che la Costituzione francese del 1793 definiva le «garanzie sociali» di una comunità politica come risultato del dovere di tutti di rendere effettivo il diritto di ognuno, legando indissolubilmente diritti individuali e politica collettiva. Una lezione colpevolmente, e spesso tragicamente, dimenticata. Insomma, fino a quando la sinistra non saprà riconoscere che i Dico non sono «più importanti» delle pensioni (e riuscirà a «spiegarlo» alle persone omosessuali), ma che le pensioni non sono «più importanti» dei Dico (e riuscirà a «spiegarlo» agli operai), non si caverà un ragno dal buco.

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