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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
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di Ida Dominijanni
Venerdì 04 Maggio 2007
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La famiglia italiana sta cambiando, ma il suo ruolo di cuscinetto delle tensioni sociali resta intatto. La famiglia italiana è in sofferenza, ma al suo interno c'è chi soffre di più e c'è chi soffre di meno, chi gode dei suoi vantaggi economici e affettivi e chi li eroga soltanto. La famiglia italiana è oggetto di molta retorica, cattolica e non, ma la verità è che su di essa si scaricano i costi e le fatiche di tutto quello che la politica italiana non fa: in materia di welfare, sviluppo, redditi, costi dei beni primari, mercato e condizioni del lavoro. La chiamano famiglia-tutor, perché sempre più deve occuparsi dei figli che restano in casa fino a 35 anni e dei genitori anziani, ma in realtà è l'intero sistema-Italia a vivere del suo tutoraggio.

Malgrado la colpevole pruderie di non pronunciare mai la parola «omosessuali», l'indagine parlamentare sulla famiglia italiana presentata ieri fornisce finalmente un quadro «ufficiale» all'altezza del cambiamento in corso. Ci si sposa di meno e più tardi, si mettono al mondo pochi figli e spesso senza recarsi all'altare, crescono le e i single, le famiglie monoparentali, le convivenze, le famiglie formate da genitori separati e figli di precedenti unioni. Salvo che nei tassi di fertilità, straordinariamente bassi, e nell'età dei figli che vivono sotto il tetto paterno (o materno), straordinariamente alta, la tendenza del cambiamento sembra la stessa di tutti i paesi occidentali.

Senonché sotto la crosta di questa modernizzazione si scopre che le condizioni del cambiamento sono proibitive. Le famiglie, tradizionali e non, istituzionali e non, non possono mandare i figli all'asilo nido perché non ce n'è, non hanno servizi pubblici con cui condividere la cura degli anziani, non hanno trasporti veloci per guadagnare tempo per le relazioni affettive, spendono cifre pazzesche per l'affitto o per comprarsi casa. Ed è qui che il tappo della parola «famiglia» salta, scoprendo una gerarchizzazione interna che di moderno non ha niente. Sono le donne - motore primo del cambiamento, da quando lavorano e si istruiscono di più - a pagarne i costi più alti: sopportando un carico del 77% della cura domestica, rinunciando al lavoro quando c'è bisogno di loro in casa o perdendolo quando restano incinta e il capo non gradisce. Sono gli adolescenti a crescere con la «sindrome del rinvio» degli eterni precari. Sono le regioni del Sud ad avere meno servizi e a spremere di più la famiglia-tutor.

Gratta la famiglia, e ci trovi donne e uomini, bambini e adolescenti e anziani, diversamente penalizzati/e da quello che la politica non fa. Che cosa dovrebbe fare? Smetterla di avere, dice a chiare lettere l'indagine, una concezione «riparatoria e assistenzialistica» dell'intervento sulle famiglie. Non puntare insomma solo o prevalentemente su sgrafi fiscali, assegni e agevolazioni e occuparsi seriamente di lavoro, servizi, casa, scuola. Quello che si dice una politica sociale, non una politica familiare (e familista). Sarà per questo che Romano Prodi ieri ha promesso ritocchi fiscali e aiuti diretti? Quanto basta per stare sul mercato politico e ideologico del Family day. Senza che a un solo Peter Pan ne venga uno stimolo a crescere più in fretta, o a sua madre il tempo per leggersi un libro.

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