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Edizione di Martedì 22 Maggio 2012
Dico e dintorni, dai liberali non solo silenzi
Dico e dintorni, dai liberali non solo silenzi
Oltre l'approccio laico, l'esigenza di definire una linea sulle questioni etiche
Venerdì 27 Aprile 2007
di La redazione di Gaynews
in Focus

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di Salvatore Carrubba

Raccolgo volentieri la provocazione di un amico come Maurizio Ferrera che ieri, sul«Corriere della Sera», si è meravigliato che i liberali «non abbiano nulla da dire sui Dico» (ma nel suo pezzo non c'è solo questo). La critica non è del tutto giustificata:in questa rubrica del tema si è parlato, tanto da provocare un breve ma significativo dibattito sul diritto naturale. Sullo stesso «Corriere della sera» Piero Ostellino non si è tirato indietro. Conoscendo bene Maurizio Ferrera, so che continuerà a considerare liberale anche chi non condivide del tutto le sue conclusioni.

Il suo richiamo a Bentham è suggestivo ma (relativamente) anacronistico: Bentham scriveva quando l'omosessualità era,nella civilissima Gran Bretagna, un delitto punito coi lavori forzati, come sperimentò Oscar Wilde. L'anacronismo è solo relativo perché ancora oggi, in molte zone del mondo,soprattutto nei regimi islamici,la situazione non è cambiata. Liberalse liberali avremmo

dunque materia per riaffermare i nostri ideali solidarizzando concretamente con quanti, ancora oggi, pagano anche con la vita le proprie inclinazioni sessuali.

Ma l'atteggiamento liberale va molto al di là della semplice, e paternalistica, tolleranza per i gusti sessuali del singolo: e si esplicita nella possibilità di riconoscere e attribuire liberamente conseguenze giuridiche ai rapporti sentimentali, quale che sia il sesso del partner o la modalità dell'unione.Così,mi ha fatto piacere ritrovare nella proposta di legge di un giurista e politico liberale come Alfredo Biondi la sollecitazione avanzata da queste colonne di utilizzare il Codice civile per ampliare queste opportunità e questa libertà,offrendo maggiori possibilità alla libera volontà delle parti di regolare i riflessi di tipo patrimoniale e civilistico dei propri rapporti affettivi, di cui verrebbe dunque riconosciuto il valore.

Questione diversa è se l'unione omosessuale o quella di fatto debbano essere equiparati al matrimonio. Personalmente,credo che rispondere di no non sia sinonimo né di soggezione teocratica né di sopraffazione morale.

Non è affatto una regola liberale,infatti,che situazioni diverse debbano essere trattate allo stesso modo. Ed è stato un liberalcome Ronald Dworkin a sottolineare che c'è una grande differenza tra «l'eguaglianza che considera gli individui» (aggiungerei: e le situazioni) «as equalse l'uguaglianza che li tratta equally»(corsivi suoi).Così,considerare il matrimonio non solo come una variante (magari quella più praticata)di appagamento sessuale, ma come unione utile ( per esempio) alla sopravvivenza della specie, rende non inammissibili forme di protezione e tutela particolari per questo tipo di cellula sociale.

Rispetto chi ritiene,da liberale,che debba prevalere la tutela assoluta delle preferenze individuali: gli chiedo tuttavia come regolarsi allora nel caso della poligamia (che può riguardare adulti davvero consenzienti).Come scegliere tra la tutela delle preferenze individuali, magari in nome di «pratiche di convivenza basate sull'"eguale libertà"»; e quella di alcuni princìpi di fondo della moderna societàliberaldemocratica, a partire dall'esigenza di non creare steccati tra donne di serie A e altre di serie B?

Perciò su questo punto Ferrera ha ragione da vendere:le ragioni liberali sono diverse e più complesse di quelle, semplicemente, laiche. Per questo ho parlato anch'io di "sfida" ai liberali. E per questo mi attendo anch'io che in futuro tra i liberali su questi punti ci sia molto da discutere. Senza rompere le amicizie.

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